E chi se non lui, Oliver Stone? Se Ken Loach a Cannes ne aveva tessuto le lodi, “è un eroe”, il collega d’Oltreoceano fa di più: Edward Snowden lo porta al cinema. È una notizia, ma non lo è: Stone è l’occhio dell’America contro, il guastatore dietro la macchina da presa, la talpa del Sistema. Dunque, come non considerare Snowden un fratello, un exemplum da inserire nella propria impegnata, appassionata – e arrabbiata – filmografia?

Dopo aver raccontato, con esiti alterni, il Vietnam (Platoon), Kennedy (JFK), l’11 settembre (World Trade Center) e Bush figlio (W.), dopo aver ritratto in doc Fidel Castro e Hugo Chavez, dopo aver ricostruito in tv la Untold History of the United States, poteva esimersi dal consegnare al buio in sala la gola profonda della National Security Agency stelle & strisce, di cui Snowden consegnò migliaia di documenti riservati all’ex editorialista del Guardian Glenn Greenwald nel giugno 2013? Il quotidiano britannico è della partita, perché con il fido produttore Moritz Borman Stone adatterà The Snowden Files: The Inside Story of the World’s Most Wanted Man, il puntuale resoconto dello scandalo NSA firmato dal giornalista del Guardian Luke Harding: “È una delle storie più importanti del nostro tempo. Una vera sfida”, l’ha salutata il regista. Per alcuni (la maggioranza) un traditore, per altri un patriota, Snowden ha incassato l’asilo temporaneo in Russia, ma starebbe considerando l’opzione Brasile: certo, viceversa, è che negli Usa lo attendono 30 anni di galera.

Eppure, da Repubblicano insofferente del programma di sorveglianza della NSA, avrebbe agito per amor di patria, e il “suo” regista certifica: “Per me, Snowden è un eroe. Ha rivelato segreti – diceva già l’anno scorso – che tutti dovremmo conoscere, ha dimostrato che gli Stati Uniti hanno ripetutamente violato il quarto emendamento”. Leaks chiamano leaks, e in cantiere c’è un altro film su Snowden , tratto dal libro di Greenwald No Place to Hide e patrocinato dai produttori di James Bond Michael Wilson e Barbara Broccoli, ma noi rimaniamo negli States, il cui cinema hollywoodiano e non si conferma il migliore antidoto agli Usa stessi, e Putin ci perdoni. Allargando le maglie dello showbiz, ibridando indagine ed entertainment, puntando alla testa e insieme alla pancia (e al cuore), l’America si racconta per quel che è, scandali, fallimenti e autopsie di una nazione compresi. Stone non è il solo a portare la croce sullo schermo, anzi. Dopo lo sminatore in Iraq di The Hurt Locker, dopo la caccia a Osama bin Laden di Zero Dark Thirty, Kathryn Bigelow non molla la presa sull’America oggi: dal libro del giornalista del New York Times Anand Giridharadas The True American: Murder and Mercy in Texas, affiderà all’ottimo Tom Hardy il misconosciuto e famigerato Mark Stroman, l’autoproclamato “American terrorist” e “Arab slayer” che per “vendicare” l’11 settembre uccise due commessi, un pachistano e un indiano, e sparò in faccia al bengalese Raisuddin Bhuiyan. Sopravvissuto, l’uomo chiese invano una condanna più mite per Stroman, che venne giustiziato nel 2011. Abissi e redenzione made in the USA, che la Bigelow, unica regista donna ad aver vinto l’Oscar, porterà al cinema con il sodale sceneggiatore Mark Boal. E non è finita: archiviato il musical Jersey Boys, l’84enne Clint Eastwood presto trasformerà l’originario progetto di Steven Spielberg American Sniper, un’altra storia vera. Quella del Navy SEAL Chris Kyle (Bradley Cooper), il meglio cecchino nella storia dell’esercito Usa: dopo aver eliminato 160 nemici, “il diavolo di Ramadi”, come lo apostrofarono gli iracheni, è stato ammazzato l’anno scorso da un marine affetto da disturbo post-traumatico da stress. Fuoco amico, quello del cinema americano.