Quando era stato il momento di formare il governo, il tempo del grande tradimento a Enrico Letta e del salto nel vuoto, Matteo Renzi era stato chiaro con Graziano Delrio: “Ti voglio a guidare i ministri, non puoi stare in nessun altro posto”. Quattordici mesi dopo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è l’uomo che il leader Pd vuole per sostituire Maurizio Lupi ai Trasporti. Avrà un portafoglio di quelli che contano e non sarà troppo in mezzo ai piedi. Fidato, esperto, uno che conosce bene le dinamiche locali. Ha governato per due mandati la “rosso tiepido” Reggio Emilia, prima di arrivare a Roma. Il trampolino per andare oltre il Po è stato il governo Letta come titolare del dicastero che non voleva nessuno: Affari regionali. Lì ha fatto la riforma delle Province, l’abolizione che non è abolizione finché non approvano la riforma costituzionale e che per ora ha lasciato molti lavoratori a spasso. Poi il vento è girato ed è toccato a Renzi, quindi a lui: ministro dell’Interno mancato e poi sottosegretario a Palazzo Chigi, presidente della Repubblica in corsa per pochi misteriosi e ora alle Infrastrutture. Delrio piace a destra (a parte che a Rotondi “Non mi risponde mai al telefono”) e quasi sempre a sinistra: ha il cursus honorum di uno che conta e di rumore ne ha sempre fatto poco.

Renziano quando renziano non era quasi nessuno, cattolico al punto giusto (dossettiano è l’unica etichetta che non si toglie mai di dosso), è (o forse è stato) il braccio destro del leader Pd. “L’ho salvato sul cellulare con il nome Mosè. Io sono il suo Ietro”, disse a L’Unità Delrio a pochi giorni dall’arrivo a Palazzo Chigi. L’eroe biblico e il saggio suocero era l’immagine che si erano scelti i due compagni di battaglia. Quello era prima. Prima che ci fossero le sparate alla renziana, prima che Delrio per qualche volta di troppo dicesse che “no, quello non si può promettere”. Seguirono le leggende di uffici spostati e porte sbattute, ricostruzioni sempre rispedite al mittente come semplici “dicerie”. Eppure il clima è cambiato nel giro di un lampo. Delrio è stato l’ombra, il paracadute, la spalla nel giorno della vera spallata. Quando Renzi disse “staisereno”, e poi nel giro di un valzer di 24 ore era al Quirinale a suonare la campanella, aveva un alleato. Il clima era quello da spogliatoio di squadra di pallone che punta la posta troppo in alto e sbanca per eccesso di spavalderia. “Neanche un anno e abbiamo preso tutto”, dissero seduti al tavolo di un ristorante i due ex primi cittadini insieme a un altro che era fedelissimo e che poi hanno perso per strada: Roberto Reggi. Quel periodo c’è stato, ma loro sanno che non tornerà più. Ci si è messo il governo, poi qualche incomprensione, il ruolo rosicchiato di saggio dietro le quinte. Ora sono altri tempi.

Delrio arriva ai Trasporti con tutta la mole di storia emiliana alle sue spalle. Prima di essere uno della politica che conta, Graziano è stato il sindaco di Reggio Emilia a nove figli. Primo cittadino della città di cui gli Offlaga Disco pax dicevano “nel mio quartiere il Partito comunista prendeva il 74 per cento e la Dc il 6 per cento”, o “dove il catechista votava Pannella”, quella stessa di via Tito, via Stalingrado, Via Ho Chi Minh. Ma soprattutto quella delle cooperative e degli affari milionari: è in quegli anni che conosce l’ex presidente Legacoop Giuliano Poletti (che poi suggerirà per il dicastero del Lavoro), ma anche il ministro per lo Sviluppo Federica Guidi, figlia dell’ex vice di Confindustria ed ex dirigente degli affari di famiglia che vogliono dire Ducati Energia. Delrio vince la prima volta a Reggio Emilia nel 2004, medico endocrinologo e troppo cattolico per troppa gente, ma vince a sorpresa per una comunità che si scopre incredibilmente mezzo democristiana. Finisce che funziona e che loro, quelli che “qualcuno era comunista”, lo riconfermano a rotazione. Se n’è andato lasciando una cattedrale sospesa nel vuoto della pianura: la stazione Mediopadana dell’archittetto Calatrava. Un gigantesco capolavoro bianco in mezzo alla nebbia, dove però per mesi si sono fermati pochi treni e poche persone. Lentamente la situazione migliora, assicurano, ma a deciderlo anche lì sarà Expo 2015.

Già presidente Anci, il ministro se ne è andato da Reggio Emilia come l’amministratore virtuoso della città dalle uova d’oro, dal sistema scolastico studiato nel mondo fino al volontariato di “Reggiani per esempio”. Era il sindaco che pensa a tutto (basti ad esempio “Graziano ti ama“, la rubrica satirica del giornale locale online 24emilia), ma anche lungo la via Emilia l’incantesimo si è rotto. Prima le polemiche per l’appalto alla ditta del cugino, di cui la moglie dirigente del Comune sapeva in anticipo (“Procedura regolare”, dissero dall’amministrazione). Poi un’inchiesta che ha fatto 117 arresti per ‘ndrangheta, là dove nessuno, dicono, aveva visto niente prima. Proprio Delrio nel 2012 è stato sentito come persona informata dei fatti dalla Dda di Bologna per aver partecipato a una manifestazione religiosa a Cutro nel 2009, per un viaggio che lui definì “istituzionale”. Non è indagato ma a riprenderlo sono stati Claudio Fava della Commissione Antimafia e la stessa Libera: “E’ stata una leggerezza”. Quando i magistrati chiesero all’ex sindaco se sapesse dell’esistenza del boss Nicolino Grande Aracri, Delrio rispose: “So che esiste Grande Aracri. Nicola non… non lo avevo realizzato. So che è collegato con la criminalità … ma non so se è di Cutro”. Recentemente, con una nota stampa, l’ex sindaco è tornato su quel colloquio coi pm: “Ho sempre saputo benissimo chi è Grande Aracri e cosa rappresenti. (…) Ritengo ovvio il fatto di non sapere quale sia la sua casa natale”. Niente di più, ma l’incantesimo di Graziano ora viaggia un po’ più zoppo. Il vento della volta buona sembrava potesse portarlo ovunque, o almeno là dove Mosè avesse deciso. Per il momento è a fare il ministro dei Trasporti. Ancora più in alto, ancora un po’ di lato.