“Dai, poi domani mi passa”. Povero Mancini, triste e sconsolato, seduto su una panchina che ricordava ben diversa, sapeva essere cambiata ma forse non fino a questo punto. La sua Inter è arenata nella palude di metà classifica, incapace di spiccare il volo: ogni volta che c’ha provato è ricaduta rovinosamente, facendosi del male. Come questa settimana: dopo il pareggio incoraggiante di Napoli è arrivata la folle serata di Wolfsburg, che potrebbe aver compromesso il cammino europeo. E poi un desolante pareggio casalingo contro il Cesena penultimo in classifica, pietra tombale sulle ambizioni in campionato. Neppure lui sembra più crederci.

Nel giro di poche settimane è passato dai proclami spavaldi (“Andremo in Champions League, in una maniera o nell’altra”, diceva a fine gennaio dopo l’ennesimo passo falso) alla depressione più profonda: occhi lucidi, voce affranta. “Dai Roberto, nelle prossime partite andrà meglio”, provavano ad incoraggiarlo i commentatori tv in studio, quasi imbarazzati dal suo stato d’animo e dal tenore dell’intervista. “Eh, non lo so, speriamo”. Fa quasi tenerezza, Mancini. Fino al momento in cui non ci si ricorda che dall’anno prossimo, con i quattro milioni di stipendio previsti dal contratto, sarà l’allenatore più pagato della Serie A. Che giovedì scorso è stato lui l’artefice del disastro in Europa League, lasciando in panchina nella serata più importante della stagione il portiere titolare per schierare la riserva. Che era tornato all’Inter come il salvatore della patria, e invece ha fatto peggio del suo tanto bistrattato predecessore: Walter Mazzarri, messo malamente alla porta a metà novembre, aveva totalizzato 16 punti in 11 giornate, con 1,45 punti a partita. Mancini è fermo a 21 punti in 15 match, appena 1,4 di media.

Certo, pochi tifosi interisti oggi tornerebbero indietro. Il tecnico di Jesi ha restituito appeal internazionale alla società, di nuovo accostata a nomi importanti sul mercato. E soprattutto ha ridato una veste accettabile e propositiva alla squadra, che alla fine dell’era Mazzarri era diventata incapace di attaccare e giocare a calcio. Questo l’ambiente glielo riconosce. E anche la stampa, che lo ha sempre “coccolato” in questi mesi. Ma nel calcio, alla fine, contano le vittorie. I punti in classifica: e quelli condannano l’Inter ed il suo allenatore. Che oggi, in caso di (improbabile) vittoria del Milan a Firenze, potrebbero vedersi scavalcati persino dai cugini e da Pippo Inzaghi: una squadra in uno dei peggiori anni della sua storia, con in panchina un allenatore praticamente già esonerato.

Mancini lo sa. Magari, dopo mesi di fiducia e di ottimismo, se n’è reso conto all’improvviso ieri sera, sull’ennesima distrazione difensiva che ha regalato il gol del vantaggio al giovane Defrel. O su quel palo di Podolski a portiere battuto, simbolo di una ruota che continua a non girare mai. Ma Mancini sa anche che domani deve farsela passare: perché a un allenatore da quattro milioni di euro l’anno si chiedono soluzioni, non autocommiserazione. E la settimana decisiva dell’Inter non è ancora conclusa. Giovedì c’è il ritorno degli ottavi di finale contro il Wolfsburg. Una partita che vale una stagione, e forse più: l’Europa League resta l’ultima chance per centrare la qualificazione alle coppe, senza cui in cassa verrebbero a mancare milioni di euro vitali per il progetto societario di Erick Thohir e il rilancio dei nerazzurri. Per passare il turno serve una serata speciale (perfetta no: la perfezione è quanto di più lontano ci sia da questa Inter): segnare tanto, stordire gli avversari, infiammare San Siro. Tornare a sognare da grandi. È l’ultima occasione per svoltare finalmente la stagione. Oppure rassegnarsi al fallimento. Perché in caso di eliminazione dall’Europa negli ottavi, a nove punti di distanza dal terzo posto in campionato, l’Inter resterebbe senza praticamente più obiettivi. Triste e depressa. Come il suo allenatore.

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