Il caso più eclatante è quello di Adalberto Bertucci, nominato amministratore delegato dell’Atac il 19 gennaio 2010 e, tre mesi dopo, anche consulente. È solo una delle 28 irregolarità che gli ispettori della Ragioneria generale dello Stato hanno rilevato nell’azienda tranviaria romana. Le hanno segnalate in una relazione inviata nei giorni scorsi al sindaco Ignazio Marino e alla Procura della Corte dei Conti.

Per due mesi, l’anno scorso, gli uomini della Ragioneria hanno spulciato le carte contabili dal 2009 al 2013, gli anni del sindaco Gianni Alemanno, oggi indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso nell’inchiesta Mafia Capitale. Il risultato è il ritratto a tinte forti di un’azienda diventata simbolo della gestione di cricche politiche locali: sprechi, ruberie, inefficienze, assurdità incomprensibili, spese insensate, assunzioni come capita, nella migliore delle ipotesi. Al centro dell’azione degli amministratori sembra esserci tutto fuorché il buon funzionamento di autobus, tram e metropolitane.

Bertucci, assunto con una retribuzione di 210 mila euro all’anno, l’ha corroborata con una consulenza da 219mila. “Oggetto della consulenza è il controllo dell’esatta quantificazione e versamento delle quote di fondi di previdenza complementare”. Ma il bengodi retributivo è durato poco. Nei cinque anni di mandato, Alemanno ha nominato cinque amministratori delegati: Massimo Tabacchiera è durato quattro mesi, da settembre 2009 a gennaio 2010, Bertucci ha retto per nove mesi, fino a ottobre quando è arrivato Maurizio Basile. A quest’ultimo è stato dato un emolumento di 85mila euro, però tre mesi dopo, il 18 gennaio, è stato nominato direttore generale con uno stipendio di 350 mila euro. Ad aprile è intervenuta la Corte dei Conti dicendo che non si poteva fare. Basile è stato retrocesso agli 85 mila euro, però non la deve aver presa bene e pochi giorni dopo si è dimesso. Al suo posto è arrivato Carlo Tosti, al quale è stata data anche la direzione generale con i 350mila euro di stipendio. Notano gli ispettori della Ragioneria che il cda dell’Atac “pur richiamando il parere della Corte dei Conti 18/2011, giunge, però, alla conclusione che l’amministratore delegato possa, comunque, ricoprire anche la funzione dirigenziale a tempo determinato”. Questa rimarrà come pagina memorabile nella storia della legalità: alla Corte dei Conti, che dice “non lo potete fare”, il cda dell’Atac risponde con una nebulosa traduzione in giuridichese del romanissimo “sticazzi” che più direttamente esprimerebbe le coordinate culturali di riferimento degli amici di Alemanno.

Chi revisiona lo stipendio del controllore revisore? A proposito di legalità e trasparenza, è notevole anche la storia del sindaco revisore Renato Castaldo. Nominato nel collegio sindacale il 29 luglio 2010, ha incassato per quell’anno un emolumento di 39mila euro. Nel 2011 però sono entrate in vigore le nuove tariffe professionali dei commercialisti e degli esperti contabili. Il Comune, azionista di Atac, ha subito comunicato alla controllata che per i sindaci già nominati la tariffa rimaneva quella pattuita inizialmente per tre anni. Puntualmente Atac ha opposto l’elegante formula di diritto romanesco di cui sopra e nel 2011 ha dato a Castaldo 184mila euro, una cifra che in Italia non prendono neppure i sindaci revisori della maggiori società quotate in Borsa. Il Comune ha provato nuovamente a intervenire, Castaldo ha fatto causa, alla fine c’è stata una transazione con cui il sindaco revisore ha portato a casa 360mila euro.

Nel 2013 Castaldo, nonostante causa e transazione, è stato rinominato nel collegio dei sindaci che, ricordiamolo, è lì per controllare che i soldi siano spesi correttamente e in conformità con le leggi. Il compenso di Castaldo è retrocesso a 79mila euro l’anno. Notano gli ispettori: “Sotto l’aspetto giuscontabile sarebbe mancato ogni reale controllo sulla legittimità della spesa (attesa la profonda divergenza tra le parti), per cui si pone, anche in questo caso, la necessità di operare approfondita verifica in ordine alla effettiva esistenza di ragioni giuridiche e sostanziali che possano aver giustificato gli esborsi effettuati. In ogni caso la problematica verrà rimessa alla valutazione della Corte dei Conti”. Viene maliziosamente sottintesa la domanda delle domande: quale controllo ha dispiegato il collegio dei sindaci sull’intricata materia dei propri compensi?

Nel linguaggio trattenuto e burocratico della relazione si intravedono i segni dell’incredulità e dell’impazienza degli ispettori della Ragioneria. L’Atac è un carrozzone che nel 2013 ha incassato 851 milioni di euro, di cui solo 317 milioni provenienti dalla vendita di biglietti e abbonamenti. Il resto è tutto a carico dei contribuenti. Nonostante il generoso contributo pubblico, l’azienda perde mediamente oltre 200 milioni all’anno, e ha accumulato al 31 dicembre 2013 debiti per 1,7 miliardi di euro. Eppure, quando Alemanno si insedia, fa assumere in un colpo solo 844 persone nel solo 2009, portando la forza lavoro a 12.957 unità. Il risultato è che l’Atac si trova a dover stipendiare 372 unità di personale eccedenti, pari a un costo annuo di 18 milioni di euro, denaro sottratto al pagamento dei debiti e dei fornitori. La voragine dei conti Atac ingoia tutto: gli ispettori notano che parecchi milioni di euro dati dal governo, dal Comune e della Regione per finanziare gli investimenti sono stati usati per coprire i buchi di bilancio della spesa corrente o gli interessi sui pagamenti ritardati.

Tra i nuovi assunti della felice infornata 2009 ci sono 7 dirigenti che nessuno è in grado di dire come siano stati selezionati, visto che il capo del personale, con nota del 29 aprile 2013, scrive che “è stato possibile reperire solo documentazione che non consente di attestare l’intero processo di selezione interna”. “In altre parole – specificano gli ispettori a beneficio dell’incredulo lettore – la società non è stata sempre in grado di esibire gli atti aziendali relativi alle assunzioni avvenute mediante selezioni interne, per irreperibilità della stessa documentazione”. Insomma, si sono persi le carte, ammesso che siano mai esistite. Pare che si siano anche persi una serie di computer portatili. Anche in questo caso la prosa originale risulta impagabile. Scrivono gli ispettori: “Riguardo alla corrispondenza tra la quantità fisica e contabile dei cespiti, chi scrive ha richiesto al Responsabile della Direzione strategie e sistemi di riscontrare le quantità fisiche dei notebook indicati nell’inventario societario. Orbene, dall’indagine è emerso che “non vi sono elementi tangibili per la referenziazione del singolo notebook e non è stato possibile risalire al razionale perseguito in tale ambito”. Peraltro, tra l’elenco dei possessori dei notebook (periodo 1 gennaio 2010 e 30 giugno 2013) vi sono dirigenti non più in servizio”.

Gli stipendi, non bassi, portano via metà dei ricavi dell’Atac anche perché gli amministratori, poco severi con se stessi, non sono certo draconiani con i dipendenti, oltre la metà dei quali passano le giornate seduti negli uffici. Per avere il premio di produttività, notano gli ispettori governativi, è sufficiente presentarsi al lavoro, anche solo a guardare il soffitto.

Lo stipendio al dirigente, il lavoro al consulente. Se c’è del lavoro da fare ci pensano i consulenti. Nel 2012, nota la relazione, la spesa per consulenze è risultata tripla rispetto al tetto fissato dalla giunta capitolina, azionista dell’Atac al 100 per cento. La parte del leone la fanno alcuni studi legali, beneficiari di ingenti contratti affidati in modo diretto, senza gara e senza “procedura comparativa”. In sostanza, dicono gli ispettori, l’Atac affida consulenze legali per milioni di euro senza avere un’idea della congruità dei compensi pagati. Non solo: “Si vuole sottolineare come alcune attività affidate all’esterno, a parere di chi scrive, rientrino proprio nella competenza professionale del dirigente della Direzione legale”.

A quanto emerge dalla relazione della Ragioneria sembra che nell’era Alemanno la principale occupazione di manager e dirigenti fosse buttare via i soldi dei contribuenti. Come ormai le cronache degli ultimi anni ci hanno insegnato, il fenomeno più insidioso non è quello delle grandi ruberie o dei grandi affari, come la costruzione della nuova linea Metro C, ma quello dei mille rivoli in cui si perdono, a pochi euro per volta, somme ingenti. Il capitolo delle spese di rappresentanza è il più colorito. Gli ispettori della Ragioneria hanno rilevato numerose fatture di ristoranti senza alcuna indicazione, cosicché il contribuente è messo a conoscenza di aver pagato pranzi e cene offerti da non si sa chi a non si sa chi, non si sa perché. Così come Atac distribuisce abbonamenti e biglietti omaggio non si sa a chi e perché. Andando a spulciare le fatture, gli ispettori hanno scoperto che manager e dirigenti hanno intitolato alle spese di rappresentanza e addebitato all’indebitatissima azienda scontrini di lavanderie, pasticcerie, pizzerie e panifici. Hanno comprato, con i soldi dell’Atac, caramelle, tovaglioli Scottex e fazzolettini Kleenex Balsam. Ed è nel piccolo dettaglio che si vede la grandezza di un uomo. C’è un manager, che la relazione non nomina forse per pietà umana, che ha messo a rimborso uno scontrino di euro 3,90: ha offerto, naturalmente per rappresentanza, un caffè, un cappuccino e un ginseng.

Per il festival del cinema i fondi non mancavano mai. Dove lo sperpero e la spesa ingiustificata raggiungono il loro apice è nel capitolo delle sponsorizzazioni. Un’azienda che non ha neppure i soldi per il gasolio degli autobus si comporta come un munifico mecenate, e distribuisce contributi a ogni sussulto socio-culturale della Capitale. Per esempio nel 2009 ottiene una sponsorizzazione da 5 mila euro l’associazione Nuovo Giorno, nota alle cronache per essere emanazione proprio di Bertucci, il sodale di Alemanno che nel 2010 diventerà amministratore delegato (e consulente) dell’Atac. Si deve invece accontentare di 2 mila euro di sponsorizzazione il Comitato delle contrade di Sacrofano, paese che dista 30 chilometri da Roma e che dunque non risulta affollato di clienti dell’Atac. La Arteventi srl ottiene euro 22 mila per la manifestazione “Parole in corsa”. In tutto 261 mila euro a pioggia per amici, amici degli amici e meritevoli. Nel 2010 la cifra totale delle sponsorizzazioni resta la stessa ma i beneficiari cambiano tutti, a dimostrazione che forse non di strategia di comunicazione si occupano i vertici dell’Atac, ma di distribuzione di prebende. Notano infatti gli ispettori: “È importante precisare che in questa sede non si vuol mettere in discussione la legittimità giuridica dell’operato dell’azienda. Quello che si vuole rilevare, invece, è la criticità sostanziale di un sistema che utilizza rilevanti risorse non per le finalità sue proprie e in presenza di importanti squilibri economico-finanziari”. Certo, a proposito di “finalità sue proprie”, l’Atac, nelle persone dei suoi vertici di allora, dovrebbero spiegare il significato della sponsorizzazione della Fondazione Cinema per Roma, che organizza il noto Festival cinematografico della Capitale, e ottiene 95mila euro nel solo 2009. Forse l’obiettivo era di convincere le star di Hollywood ospiti a rinunciare alla limousine per viaggiare sugli autobus dell’Atac, qualora ne passasse uno, e comunque non su quelli della concorrenza. Che ovviamente non c’è.

da il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2015