Il Capitale contro lo Stato, il nuovo libro di Massimo Florio sullo scontro secolare tra oligarchi e sistema pubblico. “L’Italia? Una macchietta degli Usa”
L’attacco sistematico allo Stato non è un errore del nostro tempo, ma una strategia di lunga data. Parola di Massimo Florio. Nel suo ultimo libro, Il Capitale contro lo Stato (Feltrinelli 2026), il professore emerito di Scienza delle Finanze alla Statale di Milano analizza quello che lui definisce il conflitto tra l’espansione dello Stato nell’economia, nella salute, nella previdenza, nell’istruzione e l’accumulazione illimitata di capitale oligopolistico, dalle Big Tech alla finanza, dall’Oil&Gas al militare. Il punto è che, contrariamente a quello che si tende a pensare, il settore pubblico non è cresciuto ai margini del mercato, ma molto più rapidamente di esso. Dopo la fine della guerra fredda, ricorda Florio, l’idea che il mercato potesse chiudere definitivamente la partita contro l’affermarsi di un modo di produzione pubblico sembrava egemonica. Non è andata così. Tanto che oggi, sostiene, dietro la retorica di Trump e delle nuove destre, riemerge una pulsione distruttiva che mira a svuotare le istituzioni pubbliche e a ridurle definitivamente a strumento delle oligarchie. L’alternativa che il professore propone è uno Stato post-capitalista, capace di creare imprese a missione pubblica, promuovere un’economia dei beni comuni e interagire con comunità di cittadini consapevoli della propria condizione di espropriati. Questo a livello globale, ma in Italia in particolare come sono andate e come vanno le cose? Il governo Meloni ha fatto fare molti passi allo Stato nell’economia e nella finanza, è un risveglio dello Stato o un suo smantellamento dall’interno? Ecco cosa ne pensa il professore.
Come si è evoluto il rapporto tra Stato e capitalismo dal dopoguerra ad oggi in Italia?
La storia italiana è una storia in cui c’è stato un periodo, in particolare tra gli anni ’50 e il 1980, nel quale si è costruito lo Stato sociale, ma anche la capacità dello Stato di intervento nell’economia. Come in molti altri paesi, il problema di questa crescita impetuosa dello Stato è la divergenza tra crescita del settore privato e crescita dello Stato. Anche se la narrazione è quella di un privato che ha dominato il campo, in realtà non è così. Il caso italiano illustra molto bene una divergenza strutturale della dinamica tra settore pubblico e settore privato, con il pubblico che cresce molto di più del privato.
Anche perché in realtà il privato è foraggiato dal pubblico…
In parte sì, ciò è dovuto al fatto che il settore privato nel caso italiano è anche parzialmente assistito. Però questo è un problema non solo italiano, c’è dappertutto: il capitalismo come forma dinamica di crescita dell’economia nonostante tutto quello che ci raccontiamo – il miracolo tecnologico da internet in poi e ora l’intelligenza artificiale – in realtà sta crescendo poco. Il prodotto privato cresce poco e invece crescono molto di più la domanda e l’offerta di beni pubblici. Questo crea una contraddizione tra capitale e Stato, quindi tra capitalismo ed economia pubblica ed è una contraddizione che è alla base dello scontro dei nostri tempi.
Però a un certo punto dopo gli anni ’80 c’è un’ondata di privatizzazioni: lo Stato viene messo sotto assedio?
Sì, un po’ per imitazione del modello inglese, un po’ perché anche il centrosinistra a un certo punto si convince del fatto che bisogna avere uno Stato solo regolatore, uno Stato leggero. E quindi, si chiedono, cosa ce ne facciamo delle imprese pubbliche? Si succedono uno dietro l’altro governi che pensano bene di privatizzare Telecom Italia, le autostrade, la siderurgia, l’elettricità, tutto il ciclo dell’energia e via discorrendo. Questa scelta, in cui l’Italia è stata allieva diligente della Thatcher, ma anche della terza via di Blair o di Schroeder in Germania, in realtà è stata una catastrofe dal punto di vista economico, non solo dal punto di vista delle singole imprese, con paradossi come quello odierno in cui le Poste pubbliche debbono ricomprarsi Tim dopo che è stata spolpata per decenni dal capitale privato in ondate diverse. E così abbiamo visto che i privati non erano affatto in grado di gestire le imprese meglio del settore pubblico, ma abbiamo anche degli effetti a catena che si sono prodotti nell’economia, perché in realtà le grandi imprese private che avrebbero dovuto essere l’ossatura di un’economia privatizzata, sono venute meno una dietro l’altra, dato che erano dei giganti con i piedi di argilla, operavano in settori in declino ed erano gestiti da un capitale abbastanza rapace, molto contento di incassare i dividendi, ma poco di fare investimenti e innovazione. L’Italia è veramente un caso limite di questo errore strategico, interessato, di ritiro dello Stato dall’economia, pensando che ci fosse un capitalismo vivace e innovativo. E invece eccoci qua, siamo a Poste che si ricompra Telecom e a Cassa Depositi e Prestiti che deve correre qua e là a a soccorrere tutto ciò che non ha funzionato.
Quindi anche il grande fallimento di Mediobanca…
Indubbiamente il destino di Mediobanca, oggi comprata dal Monte dei Paschi con un’operazione con dentro il ministero dell’Economia, è significativo: l’epoca di Mediobanca che sembrava il pianificatore collettivo del privato è andata a finire in un flop che è sotto i nostri occhi.
L’attivismo del governo Meloni è un risveglio dello Stato sociale o è un puntello al capitalismo?
Questo lo vediamo in maniera chiarissima con Trump negli Stati Uniti che è il paradigma di riferimento anche per l’Italia e per altri paesi. Trump arriva e cosa dice? Mi porto dietro Elon Musk per fare fuori il deep state e lo Stato sociale. Quindi Musk annuncia di voler tagliare la spesa del governo federale di 2000 miliardi di dollari, che significherebbe un taglio del 30% della spesa. Non ci riesce nemmeno minimamente. Massacra le agenzie indipendenti con licenziamenti e mancati rinnovi di contratti per quasi 300mila persone. Ma il vero punto che mano a mano si capisce è che questo non è anarco-capitalismo, è impossessarsi dello Stato distruggendo lo Stato sociale e lo Stato costituzionale, basato sull’indipendenza delle agenzie, il professionalismo eccetera, per farlo diventare uno Stato autocratico, cioè uno Stato in cui tutti i poteri vanno al presidente e ai suoi. L’Italia è una versione piccola piccola di questa stessa cosa. Ė la versione in cui da un lato si cerca velleitariamente di dare delle sciabolate allo Stato sociale, all’istruzione, all’università e alla sanità, naturalmente dicendo bugie varie. Questo perché lo Stato sociale è percepito come nemico di questo tipo di destra e di blocco sociale che sostiene questa destra. D’altro canto però si cerca di impossessarsi dello Stato o di mettere sotto controllo gli organi di regolazione, le agenzie che dovrebbero essere indipendenti, la magistratura. Ciò che Meloni e dintorni hanno cercato di fare sulla con la magistratura italiana non è molto diverso da quello che Trump e complici hanno cercato di fare prendendo il Department of Justice, cioè di mettere quello che per noi è il sistema della pubblica accusa completamente sotto il controllo del presidente. Il problema è che il capitalismo che noi abbiamo conosciuto fino a qualche decennio fa era un capitalismo ad alti tassi di crescita che riteneva di potersi permettere il lusso dello Stato sociale e dello Stato amministrativo con la sua indipendenza. Il capitalismo di oggi oligarchico, oligopolistico, con tutto lo scintillio dell’intelligenza artificiale, cresce in realtà a tassi che sono la metà di quelli precedenti, quindi non vuole più lo Stato sociale, lo Stato come modo di produzione di beni pubblici e cerca di impossessarsene per smontarlo.
Ma chi sono i capitalisti per i quali lavora il governo?
Come sempre le cose italiane sono una versione in sedicesimo di grandi tendenze strutturali altrove. Così nel caso italiano, c’è un tentativo abbastanza patetico di creare un blocco sociale che va dalla piccola impresa alla rendita anche marginale: i gestori delle spiagge, il piccolo commercio e così via. Quindi un blocco che va da questi fino al tentativo dialogare con quella parte rimasta di industria e di finanza che aspira ad avere certe dimensioni, ad avere un un certo grado di controllo sull’economia. Dico aspira, perché naturalmente quello che è rimasto dell’industria privata in Italia rappresentata da Confindustria non è certo al livello dei grandi oligopoli statunitensi. Però il velleitarismo di Meloni è quello in fondo di creare una saldatura che va da Musk, con i contratti per Starlink, fino ai gestori delle spiagge: dalla piccola rendita al grande oligopolio internazionale. Il tentativo del blocco è quello di dire “Io ti smonto la macchina del servizio pubblico e mi alleo con vari gestori privati che entrano nella mia coalizione, nel mio blocco cui io assicuro un certo grado di protezione”. Anche se alla fine questa scelta è più costosa, perché sappiamo che l’intermediazione ha un prezzo che tra l’altro fa salire la spesa pubblica senza migliorare il servizio.
E l’ingerenza nel sistema finanziario?
Ė anche questa il risultato di una politica di privatizzazioni dissennata del passato. Abbiamo ancora memoria del fatto che dopo la grande crisi del 1929 il sistema bancario privato era fallito in Italia e se non ci fosse stato l’intervento dell’IRI sarebbe letteralmente saltato tutto. Negli anni ‘90 si è pensato di fare cassa vendendo le banche pubbliche dando luogo a delle concentrazioni completamente anticompetitive: il sistema bancario in Italia, come in vari altri paesi del mondo, è un sistema di cartello non dichiarato in cui l’utente sostanzialmente ha esattamente lo stesso tipo di servizi a qualunque banca si rivolga. Quindi l’ingresso del governo attraverso gli strumenti che ha è una modalità, in realtà modesta, priva di ambizioni. Se il governo per esempio, si facesse avanti, non so, per rilanciare un venture capital pubblico a favore dell’innovazione, sarebbe interessante, no? La sensazione invece è che si entri in partita semplicemente per cercare di stare dentro un pezzettino della torta. La torta sono gli extra profitti delle banche, sono le posizioni all’interno della governance in cui ho persone amiche da piazzare. Una logica davvero rinunciataria, mentre invece ci sarebbero grandi cose che si potrebbero fare con un serio controllo pubblico professionale di una parte delle banche commerciali, tornando a quell’equilibrio, diciamo, più aggressivo da parte da parte dello Stato che abbiamo avuto prima della stagione delle privatizzazioni.
Invece come valuta l’utilizzo del Golden Power?
Secondo me rientra in questa stessa logica difensiva: non ho un progetto industriale e non avendolo, che cosa faccio? Cerco semplicemente di mettere delle bandierine in modo da poter pensare di negoziare meglio con chi arriva. Una logica mercantile, non industriale. Al contrario, una delle proposte che faccio nel mio libro è quella di rilanciare il pubblico intorno a progetti industriali di servizio pubblico combinati con quello che chiamo l’intelligenza sociale, cioè una mobilitazione della società e non con un’operazione tecnocratica.

Spezziamo una lancia a favore di Meloni: le stoccate ad ad alcune parti essenziali dello Stato sociale sono arrivate da governi non propriamente di destra
Questo è un problema di fondo. Ė una storia che risale almeno al periodo Thatcher-Reagan e a quello che è venuto dopo: Clinton negli Stati Uniti, Blair nel Regno Unito, con il discorso della terza via e l’idea della sinistra che in fondo la partita del pubblico era ormai chiusa, persa e che l’unica alleanza possibile era con la grande finanza internazionale. Alla quale sono stati serviti su un piatto d’argento le imprese pubbliche e pezzi di Stato sociale dicendo: “Vedete, noi siamo una sinistra ragionevole, vi offriamo questa cosa e voi in cambio ci legittimate, cioè non ci considerate pericolosi”. Il risultato è stato che vari settori della finanza l’offerta votiva l’hanno accettata volentieri. Poi comunque ha trovato che partiti e forze di destra fossero più congeniali a distruggere lo Stato sociale e l’impresa pubblica che non quelli di centrosinistra che sono rimasti un po’ tramortiti. Lo sono tutt’ora
C‘è una strada per una ricostruzione?
Il messaggio finale del mio libro è che bisogna avere, credo, il coraggio di dire che noi abbiamo bisogno di più Stato, di migliore Stato, di più pubblico e non dobbiamo più scappare, dobbiamo avanzare. Credo che in realtà l’infrastruttura del pubblico ci sia ancora, è molto malmessa perché ha subito questi lunghi attacchi, però io ripartirei da là. Secondo me il potenziale di blocco sociale c’è. D’altronde se no non capiremmo come ha fatto Mandami a vincere a New York con un programma che dice trasporto pubblico, scuole pubbliche, edilizia pubblica e perfino negozi alimentari gestiti dal Comune. In una città cuore del capitalismo, con un discorso di questo genere si costruisce una coalizione che riesce anche a vincere e a vincere largamente…
Quindi ci lascia con un messaggio di speranza
Sì, sì, diversamente da quello che si può pensare, il mio è un libro ottimista perché il discorso che io faccio è che se esageriamo nel dire che il neoliberismo ha vinto, diventa una profezia che in qualche modo si autoavvera. Il neoliberismo ci ha raccontato un sacco di bugie, ha cercato di distruggere, sta cercando di distruggere questa secolare costruzione dello Stato sociale e del settore pubblico, ma la resistenza del settore pubblico, delle sue infrastrutture c’è ancora ed è da lì che si deve ripartire, con un’alleanza con la società per dire “riprendiamoci lo Stato”, perché è l’unico argine che possiamo avere nei confronti degli oligarchi.