L’Europa sta valutando un terzo piano di salvataggio per la Grecia, che si attesterebbe fra i trenta e i cinquanta miliardi di euro. Lo ha detto Luis de Guindos, il ministro delle Finanze spagnolo, precisando che il contributo di Madrid sarebbe del 13-14 per cento. Il nuovo piano, che partirebbe dopo giugno, andrebbe in aggiunta all’ultima tranche del secondo su cui Atene sta ancora negoziando con la troika. In sostanza il contrario di quello che dichiara Alexis Tsipras, che spinge invece per un taglio del debito. Stretto fra le fibrillazioni interne per il voto ‘tradito’ e l’urgenza di accelerare con le riforme, il nuovo governo greco sta trattando con l’Europa per la nuova tranche dell’attuale pacchetto, evitando così il default pronto a scattare a metà marzo.

Le dichiarazioni di Guindos, confermate dal vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis, arrivano forse non a caso a pochi mesi dalle elezioni politiche in Spagna e subito dopo le accuse di Tsipras a Spagna e Portogallo di mettere a repentaglio il negoziato greco con l’Europa. Con Madrid e Lisbona che hanno chiesto una replica da parte della Commissione Ue mentre il collega tedesco Wolfgang Schaeuble ha bacchettato Atene per l’”uscita scorretta” che rompe il protocollo dell’Eurogruppo.

E Mario Draghi dovrà fare uno sforzo notevole per chiamarsi fuori dalle polemiche che impazzano nel negoziato greco. Non sarà facile perché la Bce è in prima linea. C’è la questione, politicamente incandescente, dei due miliardi di euro di profitti sugli acquisti di bond ellenici “dovuti” da Francoforte secondo Atene, cui Draghi ha già replicato che i soldi sono stati distribuiti fra le banche centrali dell’euro. C’è la dipendenza delle banche greche dalla liquidità d’emergenza autorizzata dall’Eurotower dopo che questa le ha escluse, il 4 febbraio, dai rifinanziamenti diretti.

E c’è un altro problema: il governo del Paese, che è quasi insolvente, vorrebbe che la Bce alzasse la soglia di 15 miliardi di euro sulle sue emissioni di debito a breve. Una concessione che appare improbabile perché la Bce sa benissimo che quei bond verrebbero comprati dalle banche, che a loro volta lì darebbero a garanzia di liquidità che poi userebbero per sottoscrivere altri bond: un circuito vizioso che fa della Bce il finanziatore di ultima istanza di Atene.