Il suo Dna trovato sugli slip e sui leggings di Yara Gambirasio, le immagini che riprendono un furgone Iveco Daily identico al suo circolare attorno alla palestra di Brembate per un’ora, fino a pochi minuti prima della scomparsa della ginnasta. E poi le ricerche dal computer di casa Bossetti con le parole “tredicenni” e “vergini”. E ancora le fibre dei sedili del suo furgone identiche a quelle trovate sui pantaloncini e sul giubbotto della vittima. Per la Procura di Bergamo Massimo Giuseppe Bossetti, 45 anni, muratore, sposato e padre di tre figli, è l’assassino di una ragazzina di 13 anni, sparita nel nulla il 26 novembre 2010. Morta di freddo e non per le ferite inferte dal suo aguzzino.x

Chiusa l’inchiesta per omicidio e calunnia
Il pubblico ministero Letizia Ruggeri ha chiuso l’inchiesta sull’omicidio e gli contesta due reati l’omicidio volontario aggravato e la calunnia. A quattro anni dal giorno dell’omicidio, come scrivono i quotidiani, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato nel pomeriggio di giovedì 26 febbraio a Claudio Salvagni, in qualità di avvocato difensore dell’unico indagato per il delitto, in cella da oltre otto mesi. La difesa ha presentato diverse istanze di scarcerazione, l’indagato da sempre dice di essere innocente e di non aver neanche mai conosciuto la ragazzina, ma i giudici lo hanno lasciato lì dove è stato portato dagli investigatori di carabinieri e polizia. Nei giorni scorsi era stata pubblicata anche una intercettazione in cui l’uomo diceva che non confessava per la famiglia.

Contestate le sevizie, la crudeltà e di aver approfittato di un ragazzina
Per il reato di omicidio due le aggravanti contestate. La prima è quella l’aver “adoperato sevizie e aver agito con crudeltà“. È un’aggravante che prevede l’ergastolo. La seconda: Bossetti avrebbe “approfittato di circostanze di tempo (in ore serali/notturne), di luogo (in un campo isolato) e di persona (un uomo adulto contro un’adolescente di 13 anni) tali da ostacolare la pubblica e privata difesa”.

Al muratore di Mapello è stato contestato anche un nuovo reato: la calunnia nei confronti di Massimo Maggioni, uno dei suoi colleghi del cantiere di Palazzago, quello in cui lavorava all’epoca del delitto. In uno degli interrogatori il muratore di Mapello, nel tentativo di allontanare da sé i sospetti, sarebbe arrivato ad accusare il collega dell’omicidio, dicendo agli inquirenti di indagare sul suo conto.

La tesi della difesa e la pista alternativa
Bossetti di fatto non ha un alibi per il giorno della scomparsa di Yara, non è riuscito a giustificare la presenza del suo Dna sui vestiti della ginnasta se non dichiarando di soffrire di perdite del sangue dal naso. “Non so spiegare come sia finito lì visto che io Yara non l’ho mai incontrata” aveva dichiarato al giudice per le indagini preliminari.

La difesa invece pone tutta una serie di dubbi e indica presunti buchi neri nelle indagini. L’avvocato Claudio Salvagni e i consulenti di parte l’arma del delitto non è un cutter o un semplice coltello, quindi non un attrezzo da lavoro da muratore o un coltello comune, ma di un’arma con lama spessa oltre due millimetri e che potrebbe essere stata usata da un mancino mentre Bossetti è destrimane.

Dubbi anche sul luogo del delitto: la posizione del corpo, non rannicchiata come doveva essere se la ragazza morì effettivamente per il freddo nel campo di Chignolo d’Isola, il fatto che i vestiti che indossava non fossero tagliati nonostante ferite sul corpo e la circostanza che la sua maglietta fosse intera nonostante la ferita alla gola, fanno pensare che Yara sia stata uccisa altrove e che l’assassino l’abbia spogliata e poi rivestita. La difesa contesta siano rilevanti le ricerche nel computer di Bossetti riguardo tredicenni (Bossetti ha ammesso che con la moglie guardava film porno) e il consulente informatico, Giuseppe Dezzani, spiega che una sola volta compare la parola tredicenne e che potrebbe essersi generata “automaticamente, non manualmente“.

L’avvocato Salvagni insiste sulla mancata corrispondenza tra il Dna nucleare, attribuito a Bossetti, trovato sul corpo della ragazza e quello mitocondriale trovato sui reperti piliferi analizzati che non appartiene all’indagato. Infine per quanto riguarda i fili di tessuto per il criminologo Ezio Denti quel tessuto è invece usato “anche per treni e autobus“. “Hanno verificato gli investigatori quale tessuto avevano i sedili del bus che usava Yara per andare a scuola?”.

Ma la moglie sembra non credergli più
“Tu eri lì. Non puoi girare lì tre quarti d’ora, a meno che non aspettavi qualcuno”. Marita Comi, moglie di Bossetti, si è rivolta così durante un colloquio in carcere. Il resoconto dell’intercettazione ambientale è nelle 60mila pagine messe a disposizione della difesa dopo la chiusura delle indagini. 
La donna in passato si era detta certa dell’innocenza. Come riportano i quotidiani la signora prima si stupisce della memoria del marito: “Ti ricordi che eri lì! Vedi? Come fai a ricordarti che è quel giorno lì che hai salutato Massi? Vuol dire che ti ricordi quel giorno lì di novembre”. Poi la stessa Comi incalza il marito detenuto in carcere: “Non mi hai mai detto che cosa hai fatto quella sera! Quel giorno, quella sera. Io non mi ricordo a che ora sei venuto a casa, non mi ricordo”.

“Tu eri lì” sfida ancora il marito quando si scopre che il furgone di Bossetti è nelle strade intorno alla palestra l’ora precedente la scomparsa della ragazzina. “Non puoi girare lì tre quarti d’ora, a meno che non aspettavi qualcuno”. “Non lo so, risponde Bossetti, secondo quanto riportano alcuni giornali – temo di non riuscire a spiegarlo”.