“Da quando è rinchiuso l’ho incontrato sei volte. Ci guardiamo, lui piange spesso, dice che gli manca tutto e si chiede perché”. Marita Comi, 40 anni il 29 agosto, moglie di Massimo Giuseppe Bossetti, l’uomo in carcere con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, rompe il silenzio con la stampa. A Gente la donna affida un memoriale in cui racconta la sua vita familiare. Marita è certa, anche a dispetto dei risultati del Dna, che “non è stato mio marito a uccidere Yara”.

La signora Bossetti ricorda così il giorno in cui hanno arrestato suo marito: “Mi sono entrati in casa all’improvviso, erano almeno 20 carabinieri, erano sulle scale, in cucina, ovunque. Non capivo, loro parlavano, io pensavo solo a mandare via i bambini”, cioè i loro tre figli. Spiega Marita: “In casa quella parola, assassino, non l’abbiamo mai pronunciata. Così come quell’altra parola, carcere. Se i ragazzi chiedono: il papà dove sta? Sta con i carabinieri, rispondiamo. Perché è coinvolto nella storia di Yara, basta”. Marita si scaglia contro le ricostruzioni sulla personalità di suo marito fatte da giornali e tv: “Sono state scritte tante illazioni e bugie, lui è un bonaccione. Hanno detto che quel pizzetto biondo gli dà una faccia da vizioso. Ma quale vizioso! Lui è biondo così. Ha la faccia di uno che lavora duro, si fa i fatti suoi, ha una faccia da buon padre. Anche la storia delle lampade: ne avrà fatta qualcuna, che male c’è, ma non tutte quelle che raccontano”.

E sui fatti di quel 26 novembre 2010, quando è scomparsa Yara, Marita dice: “Se Yara fosse stata uccisa al mattino o al pomeriggio, forse non potrei giurare sull’innocenza di mio marito. Ma quella bambina è morta dopo le 19, forse dopo le 22. Massimo non poteva essere là fuori a uccidere, perché era a casa. Mi dicono: come fai a esserne certa? Perché ogni giorno per noi è identico all’altro, da sempre. Ecco perché posso sostenere: io so che non è lui, io gli credo. La banalità felice della nostra esistenza è il nostro alibi, la mia sicurezza”.