Ogni dieci contratti pubblici, sei vengono affidati in modo diretto e senza gara d’appalto. Un 60% che vale il 34,66% dell’importo complessivo degli appalti. Nei grandi Comuni, poi, l’affidamento diretto è quasi la prassi. Sono i dati che emergono dal monitoraggio svolto dall’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, che segnala “criticità” in seguito a “un utilizzo eccessivo di tale procedura”. I numeri, estratti dalla banca dati nazionale dei contratti pubblici, si riferiscono alle procedure di importo superiore a 40mila euro avviate nei venti Comuni capoluogo di regione nel quadriennio 2011-2014. Da questo campione è stato poi estrapolato il dato nazionale.

In gran parte dei capoluoghi il ricorso alla procedura negoziata quale metodo di scelta del contraente è diffuso, tant’è che circa la metà nel periodo considerato ha utilizzato questo criterio per l’affidamento di più dell’80% dei contratti, per un valore pari a più di un terzo della spesa complessiva sostenuta per l’esecuzione di lavori e l’approvvigionamento di beni e servizi. A Roma la percentuale è dell’86,51% sul totale delle procedure, per un 33,05% degli importi dei lavori. Poco sotto Milano, con l’83,33% dei lavori, pari però al 14,29% degli importi. Spicca Firenze, con l’87,21% delle procedure e una percentuale sugli importi del 50,54 per cento. Tra le altre città capoluogo si segnalano Ancona, con l’86,68% dei lavori affidati senza gara, Aosta (89,99%), Bologna (84,5%), Perugia (86,44%), Potenza (80,07%), Trento (87,17%) e Trieste (87,69%). A Palermo il dato più basso: 11,59% per il 4,29% degli importi.

I risultati del monitoraggio arrivano per altro a tre giorni dall’audizione durante la quale Stefano Screpanti, capo del III reparto operazioni delle Fiamme Gialle, ha reso noto che la Guardia di Finanza “ha segnalato alla Corte dei conti 380 milioni di danni erariali” nell’assegnazione falsificata degli appalti pubblici. Auspicando la massima trasparenza delle procedure di gara e l’abbandono del criterio del massimo ribasso. Perché, ha detto, l’attuale quadro di regole contenute nel codice dei contratti pubblici e nelle disposizioni collegate “non ha garantito reale efficienza ed effettivo riparo da forme di illegalità che caratterizzano il settore”.