In principio era il referendum della Lega per una Lombardia a statuto speciale. Poi è diventato il referendum per ottenere maggiori autonomie su cui il Carroccio ha trovato l’appoggio dei Cinque stelle. O meglio, il contrario, visto che proprio al lavoro dell’M5S in commissione si deve il quesito più blando, e senza rischi di incostituzionalità, arrivato in consiglio regionale e passato con 58 sì e 20 no. Contrari il Pd e il Patto civico di Umberto Ambrosoli, che mettono l’accento sui costi della consultazione e accusano l’M5S di fare da stampella alla maggioranza di centrodestra, da sola incapace di raggiungere i due terzi dei voti necessari. Una posizione, quella del Pd, che traballa nel finale, con il consigliere Corrado Tomasi che vota a favore.

Video di Francesca Martelli 

Respingono ogni accusa i Cinque stelle, che anzi rivendicano la paternità del quesito e l’avere ottenuto il sì dell’aula per l’introduzione del voto elettronico nei referendum consultivi. Lo slogan è “aver dato le chiavi della Lombardia ai cittadini”, nella stessa direzione di quella democrazia diretta tanto vagheggiata da Grillo e Casaleggio. “Se al referendum vinceranno i sì, la regione potrà chiedere di gestire direttamente 8 miliardi di euro, in campi come istruzione, governo del territorio e innovazione per le imprese. E attraverso una migliore gestione ottenere diversi risparmi”, sostiene il consigliere Stefano Buffagni nel corso della conferenza stampa che i pentastellati organizzano a metà dei lavori per ribattere al Pd che li vuole promotori di una consultazione dal sapore padano. Del resto il referendum è quel che resta delle ambizioni leghiste di avere lo statuto speciale e della promessa di trattenere in regione il 75% delle tasse, valida giusto il tempo di una campagna elettorale. Ma Maroni in aula sostiene di non essere interessato a nessuna “bandierina” e di considerare il referendum “l’unica via per tenerci i nostri 
soldi e farci ascoltare dal governo Renzi, che non rispetta i patti. Se io vado a Roma con il voto dei 10 
milioni di lombardi non esprimo la posizione del presidente della regione leghista che va a cercare qualche vantaggio, ma quella del popolo lombardo”.

Da segnalare, prima del voto, la riunione del gruppo del Pd per ricomporre le incertezze interne. Risultato: dopo giorni di accuse sui costi del referendum il capogruppo Enrico Brambilla propone al fronte avverso di dialogare col governo amico per chiedere più autonomia e poi, solo se non accontentati, giocarsi la carta delle urne. Proposta respinta: maggioranza e M5S vogliono dire subito sì. La questione dei costi, in ogni caso, resta: 30 milioni quelli stimati all’inizio, ridotti a non più della metà grazie al voto elettronico, secondo le stime degli uffici tecnici. “Il costo del voto elettronico – aggiungono i Cinque stelle – potrebbe essere considerato un investimento e non una spesa corrente. E si spenderà ancora meno se si voterà nel 2016, in concomitanza con le amministrative. Come si fanno poi a criticare i costi della democrazia con tutti gli sprechi che ci sono stati in questa regione?”.

La coda di polemiche, però, rimane: “Siamo per l’autonomia – dice Ambrosoli -. Ma il quesito referendario proposto è vacuo e inadatto a raggiungere gli obiettivi di cui la Lombardia ha bisogno. Riteniamo immorale spendere trenta milioni di euro solo per consentire alla Lega di scaricare sul governo tutte le debolezze, le incoerenze e le mancate realizzazioni della giunta Maroni. E consideriamo grave la posizione del M5S che si è prestato a un baratto, regalando a Maroni una nuova bandiera”. Simile la posizione del segretario regionale del Pd Alessandro Alfieri, secondo il quale il referendum rinvia di due anni la richiesta di maggiore autonomia che si sarebbe potuta ottenere in tempi più brevi dialogando con il governo. Ora Maroni avrà 18 mesi di tempo per chiamare i lombardi al voto.
Twitter: @gigi_gno