Una, due, tre, tante uscite di esponenti Pd contro Lotito. In ordine sparso, senza un coordinamento dall’alto (non per ora, almeno), ma tutte dello stesso tenore: certe dichiarazioni sono inaccettabili, il presidente della Lazio (nonché consigliere Figc) deve pagarne le conseguenze. E il suo caso finirà presto in Parlamento, grazie un’interrogazione che punta a mettere in moto un processo disciplinare al Coni e in Federcalcio. Negli ultimi giorni dal mondo della politica e del Partito Democratico in particolare si sono levate una serie di voci di protesta sul contenuto dell’intercettazione fra Pino Iodice e Claudio Lotito. Dal ministro Delrio, che ha chiesto un “radicale cambiamento nel calcio”, in giù: il senatore Stefano Vaccari ha scritto a Coni e Figc definendo le parole di Lotito “preoccupanti”, il deputato Marco Miccoli ha chiesto le sue dimissioni (insieme a quelle di Tavecchio), i senatori Moscardelli e Scalia hanno già pronta un’interrogazione, altri potrebbero unirsi al coro. C’è chi si muove per per difendere l’onore delle proprie città (Carpi, Frosinone, Latina) offese da Lotito. Ma il fuoco di fila democratico è massiccio e non passa inosservato.

Del resto, non è la prima volta che il Pd scende in campo contro gli attuali vertici della Federcalcio. Era già successo nel luglio scorso, dopo la famosa gaffe di Tavecchio su Optì Pobà: allora tanti esponenti del partito avevano preso posizione contro l’ascesa dell’ex numero uno dei Dilettanti alla guida del pallone italiano. Si erano esposti anche uomini molto vicini a Matteo Renzi, come Francesco Nicodemo o Davide Faraone. E non è mai stato un mistero che il premier non fosse particolarmente favorevole all’elezione di Tavecchio. Allora l’offensiva non ebbe risultati: il governo non poteva interferire troppo direttamente nelle vicende dello sport (pena l’intervento della Fifa), il fronte di maggioranza riuscì a compattarsi e a portare a termine la nomina. Oggi il partito mette nel mirino chi decise quella elezione e rappresenta il vero uomo forte del nostro calcio.

Dopo la giornata di campionato l’amministratore delegato della Juventus, Beppe Marotta, ha definito “impossibile” un cambiamento dall’interno e chiesto l’intervento del governo. E il governo qualcosa potrebbe fare. Ovviamente nei limiti del lecito: impossibile pensare ad un’intromissione diretta di Renzi, come di Malagò. La stampa aveva anche parlato di un incontro fra i due per i prossimi giorni, smentito da ambienti Coni. Al di là delle valutazioni etiche, l’ “affaire Lotito” è una questione di giustizia sportiva, materia su cui né il presidente del Consiglio né quello del Comitato Olimpico possono mettere bocca. Ma la politica può seguire vie traverse. Martedì al Senato verrà depositata un’interrogazione parlamentare a firma Pd. Il calcio italiano finirà di nuovo in Parlamento, ma stavolta non sarà un atto puramente formale.

Prassi vuole, infatti, che il ministro per rispondere debba chiedere atti e informazioni alla Figc, passando per il Coni. La Procura federale ha già fatto trapelare la possibilità dell’apertura di un’inchiesta: la richiesta formale del Parlamento può dare l’impulso decisivo ed innescare magari un procedimento disciplinare che potrebbe anche culminare nelle dimissioni (o addirittura la decadenza) di Lotito dalla carica di consigliere federale. Certo, tutti sanno (politici in testa) che il grande potere del presidente della Lazio non dipende dal ruolo istituzionale da lui ricoperto in Federazione. “Ma costringerlo ad abbandonare la poltrona in Figc sarebbe comunque un primo passo per limitare il suo attivismo”, spiegano fonti dem. A questo mira l’interrogazione. E nei prossimi giorni i parlamentari potrebbero anche riunirsi per discutere su come proseguire la loro azione. In maniera sempre più unitaria e incisiva.

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