Mario Macalli, Andrea Abodi, Claudio Lotito. Carlo Tavecchio è il nuovo presidente della Figc, ma sono loro i veri vincitori dell’elezione di ieri (al contrario di Andrea Agnelli, il grande sconfitto). Il capo dei Dilettanti partiva dal 34% dei voti della sua Lega, il restante 30% l’hanno garantito loro. Difendendolo a spada tratta anche dopo l’incredibile frase su ‘Optì Pobà‘, convincendo le società dei vari campionati a votarlo, portandolo per mano al traguardo. Perché Tavecchio era il candidato ideale per unire leghe diverse e interessi molteplici. E ora che la partita è stata vinta tutti e tre passeranno all’incasso. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, non a caso, aveva parlato esplicitamente di “cambiali da pagare“. Di sicuro, certi accordi andranno rispettati. E chi ha contribuito alla nomina in maniera determinante non potrà essere scontentato.

Più soldi alla Lega Pro di Macalli
L’obiettivo di Mario Macalli era uno e uno solo: eleggere un presidente che avrebbe garantito il mantenimento dell’attuale regime di ripartizione alle categorie inferiori dei proventi dei diritti tv. Risorse fondamentali per la sopravvivenza dei piccoli club di tutta Italia, su cui regge l’impero di Macalli e anche la riforma del campionato (la riduzione delle squadre permette alla Lega di distribuire fondi alle società contribuendo al 30-40% di un bilancio medio). Detto, fatto: ieri Tavecchio ha subito sottolineato “l’essenzialità del sistema di mutualità”. Tradotto: la Lega Pro continuerà ad avere almeno gli stessi soldi ricevuti fino ad oggi. Macalli e i suoi presidenti sorridono.

Abodi studia da presidente
Stesso discorso vale anche per la Serie B. E per il suo presidente, Andrea Abodi, classe 1960, forse il futuro del calcio italiano. Fra i cadetti ha fatto bene, sa parlare con media e addetti ai lavori, è stimato da grandi e piccoli del pallone. Il nuovo che avanza senza spaventare, insomma. Un anno e mezzo fa aveva tentato da rivoluzionario la scalata alla Lega di Serie A, ma era stato rimbalzato proprio dall’ala conservatrice capeggiata da Lotito. Ha imparato la lezione, stavolta si è schierato coi poteri forti. Senza perdere la sua carica innovatrice, solo mitigandola di compromessi. Perché senza alleanze importanti non si va da nessuna parte: fra due anni, quando Tavecchio ne avrà 73 e si tornerà al voto, potrebbe essere lui il prossimo presidente, ora che con Lotito i rapporti sono di nuovo cordiali.

Lotito, nuovo padrone del pallone
Già, Claudio Lotito. Se Macalli e Abodi possono dirsi soddisfatti, lui è il vero artefice e vincitore dell’elezione di ieri. Lo prendevano in giro quando entrò nel calcio che conta, acquistando la Lazio sull’orlo del fallimento. Non aveva la classe dei Moratti, il potere dei Berlusconi, il nome degli Agnelli. Veniva dal basso, da una famiglia di provincia; il suo patrimonio l’ha accumulato come imprenditore nel settore dei servizi, pulendo gli escrementi altrui. Ora gli altri hanno venduto, sono in crisi o messi all’angolo. Mentre lui, tra un proverbio in latino e un motto in romanesco, sta diventando il padrone del pallone.

Da anni lo si vede aggirarsi in Transatlantico, tessere rapporti, cercare l’accesso alla stanza dei bottoni. Ha trovato spesso le porte chiuse, piaceva (e tutt’ora piace poco) a tanti. Ma alla fine ha avuto ragione. Nel gennaio 2013 è riuscito a far riconfermare al vertice della Lega di A il suo “amico” Maurizio Beretta. Tre mesi dopo è entrato nel comitato federale (anche se ambiva alla vicepresidenza, sfumata per un solo voto a favore di Demetrio Albertini). Oggi si prende la rivincita. Col suo instancabile attivismo ha portato il 71enne numero uno dei Dilettanti sullo scranno più alto del calcio italiano. Tutti si chiedono cosa pretenderà in cambio. Lui si schermisce: sogna ancora la poltrona di vicario, ma potrebbe anche rinunciarvi per non scatenare troppo la rabbia dei nemici (e l’invidia degli amici). “Ha già vinto, meglio non stravincere”, gli ha suggerito Antonio Matarrrese, uno che di equilibri e di giochi di potere se ne intende. E così sarà probabilmente (per i vice sono pronti Beretta e Abodi). Si parla di una delega a Club Italia e alle nazionali, ma anche questo è marginale. Con una carica ufficiale o meno, Lotito avrà un ruolo fondamentale nel prossimo governo federale. Che asseconderà le sue mire.

Più potere ai grandi del calcio e alla Serie A, innanzitutto: Tavecchio lo ha detto ieri nel suo discorso in assemblea elettiva. Come già previsto nel programma è lo sdoganamento delle doppie proprietà (osteggiato invece da Albertini). Non è un caso: Lotito è proprietario della Lazio e comproprietario della Salernitana in Lega Pro (che punta alla promozione in B). E poi c’è la questione nuovo stadio, su cui fin qui ha sempre incassato rifiuti in serie. Con la Federazione al suo fianco potrebbe finalmente spuntarla. Specie se – come si vociferava negli scorsi mesi – dovesse puntare sul rinnovamento del Flaminio (attualmente in concessione proprio alla Figc). Lotito adesso può sognare in grande. Tavecchio presidente è praticamente una sua creatura. E, in una maniera o nell’altra, tutelerà i suoi interessi. C’è da scommetterci.

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