Una persona in giacca, che si muoveva vicino all’auto blindata del giudice Paolo Borsellino pochi minuti dopo la strage di via d’Amelio, facendo domande sulla valigetta del magistrato appena assassinato. Continua a rimanere senza volto il misterioso personaggio che 22 anni fa si muoveva nell’inferno di via d’Amelio, qualificandosi come agente dei servizi, mentre si dimostrava interessato alla borsa che conteneva l’agenda rossa, il diario dove Borsellino appuntava ogni sua riflessione nei mesi precedenti al suo assassinio: dopo la strage l’agenda che potrebbe rappresentare la “scatola nera” della Seconda Repubblica sparì senza lasciare traccia.

A raccontare la presenza di quell’uomo è stato Giuseppe Garofalo, poliziotto in servizio alla sezione Volanti della questura di Palermo, tra i primi ad arrivare sul luogo della strage, il 19 luglio del 1992, testimoniando davanti alla corte d’assise di Caltanissetta, che sta celebrando il processo Borsellino quater. “Ricordo di avere notato una persona, in abiti civili, alla quale ho chiesto spiegazioni in merito alla sua presenza nei pressi dell’auto” ha detto Garofalo. L’ennesimo procedimento penale sull’assassinio del giudice Borsellino è nato dopo le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che hanno riscritto le modalità operativa della strage, smentendo definitivamente il racconto del falso pentito Vincenzo Scarantino, il balordo della Guadagna che si era auto accusato dell’eccidio. “Non riesco a ricordare se la persona menzionata mi abbia chiesto qualcosa in merito alla borsa o se io l’ho vista con la borsa in mano o, comunque, nei pressi dell’auto del giudice. Di sicuro io ho chiesto a questa persona chi fosse per essere interessato alla borsa del giudice e lui mi ha risposto di appartenere ai Servizi” ha spiegato Garofalo, che aveva messo a verbale i suoi ricordi per la prima volta solo nel 2005. “Sul soggetto – ha continuato – posso dire che era vestito in maniera elegante, con la giacca, di cui non ricordo i colori”.

Già dieci anni fa, a Garofalo era stata mostrata una foto di Giovanni Arcangioli, il capitano dei carabinieri immortalato mentre si allontanava da via d’Amelio con la valigetta di Borsellino in mano: il poliziotto però aveva spiegato che il militare non aveva nulla a che vedere con l’agente dei servizi nel quale si era imbattuto. In passato Arcangioli era stato processato dal tribunale di Caltanissetta per la sottrazione dell’Agenda, finendo poi assolto: non c’è la prova che il diario fosse effettivamente contenuto nella borsa del magistrato. “L’agenda rossa? Ha visto cosa hanno fatto? Perché non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda. In via D’Amelio c’erano i servizi” aveva detto in carcere Totò Riina, colloquiando con il detenuto Alberto Lorusso, mentre le microspie della Dia di Palermo lo intercettavano. Anche a Garofalo è stata mostrata una foto di Arcangioli ma il poliziotto ha negato che si trattasse dell’uomo in giacca incontrato il 19 luglio di ventidue anni fa.

Dopo l’interrogatorio del poliziotto, la corte presieduta da Antonio Balsamo avrebbe dovuto esprimersi sulla possibilità di ascoltare in aula il pentito Vito Galatolo: la decisione è stata però rinviata alla prossima udienza. Il boss che ha svelato il piano di morte organizzato da Cosa Nostra per uccidere il pm Nino Di Matteo, ha messo a verbale anche alcune dichiarazioni sulla strage di via d’Amelio. Interrogato dai pm Sergio Lari, Nico Gozzo, Stefano Luciani e Lia Sava, Galatolo ha raccontato che nel marzo del 1992, Filippo Graviano e Vittorio Tutino gli chiesero di “dismettere il parcheggio” che gestiva proprio in via d’Amelio. Dopo la strage Tutino disse a Galatolo: “Hai visto perché dovevi lasciare il parcheggio? Mi piangeva il cuore se rimanevate in quel posto”.