Puzza di povertà e degrado la zona di piazza Omonia ad Atene. Lì, a dieci minuti a piedi dal Parlamento, dal centro frequentato dai turisti e dai bei negozi italiani, dalle salite che, come tratturi immaginari, si inerpicano fino alla magia dell’Acropoli. Lì, e solo lì, si osserva dal vivo come bruciano le ferite della capitale ellenica e di un Paese intero. Su quelle ferite ecco il sale delle promesse farlocche che in questa campagna elettorale molti, forse troppi, hanno fatto. Taglieremo le tasse, assicureremo nuovi posti di lavoro, rifonderemo la sanità, accoglieremo i senza tetto e i bisognosi. Peccato che a pronunciare queste parole, siano stati gli stessi che due anni fa hanno siglato il memorandum con la troika, coloro che da trent’anni hanno annientato ogni giorno un Paese e la sua storia sacra, che hanno offeso millenni di cultura e di progresso scientifico con villanerie e ruberie. E che hanno elevato le tasse al cubo, pensando che qualche balzello, da solo, potesse risolvere un problema molto più complicato che si chiama Europa.

Tra piazza Omonia e la sede di Syriza, in piazza Koumoundorou, scorgo tanti vicoli fantasma. Li percorro per vedere e capire. Fino a ieri, così come nella splendida Plaka, erano popolati da negozietti greci, da artigiani e calzolai intenti a confezionare i sandali in cuoio tanto di moda nelle isole. Oggi mi imbatto invece in un paio di discount cinesi, che vendono biancheria a un euro a pezzo, in qualche market deserto e in una cinquantina di serrande abbassate con la scritta “politai” (si vende). Ad un angolo due chochard giocano a carte, uno di loro urla i numeri in un quasi italiano. Scopro che stanno incredibilmente giocando a scopa, accanto ad una bottiglia ormai vuota di un qualcosa di alcoolico. Dopo qualche metro, un centro per tossicodipendenti fa quel che può per aiutare chi non ha più una meta. Circumnavigo la piazza, facendo rotta verso Syntagma. Mi spingo fino a Monastiraky, a un tiro di schioppo dall’Acropoli che, complice un sole insperato, domina la capitale delle mille ansie, dove tra poche ore regnerà il caos, tra telecamere e taccuini.

L’Acropoli, come sempre, toglie il fiato. Turisti in shoorts, famiglie a caccia di souvenirs, camerieri alle prese con l’inglese e l’immancabile tassista che mi fa l’occhiolino: “Una faccia una razza, vuoi un passaggio?”, chiede. “No, grazie – rispondo – voglio camminare, come da molti anni faccio qui, per vedere e capire”. Scendo passando dal nuovo Museo dell’Acropoli, per tornare all’altezza del Zappeion, dove domani si accomoderanno circa 400 inviati da tutto il mondo. Entro nei giardini nazionali del Tempio di Zeus, ma il parco archeologico è appena chiuso nonostante siano appena le 3 del pomeriggio. “Non ci sono dipendenti – mi spiega Iorgos, della polizia archeologica – ed io in questi mesi sono costretto anche a lavare i bagni. Potrei non farlo, ma ho deciso di dare una mano alle antichità del mio Paese”.

Si definisce un patriota della cultura ellenica, che sta andando in malora perché nessuno studia più anche a causa di una crisi che, da economica, si è fatta sociale e culturale. Ma lui ha deciso di fare qualcosa per la sua città e organizza corsi improvvisati di pittura e disegno all’interno del parco per tutti: disoccupati greci, operai pakistani, spacciatori maghrebini.

Iorgos e le meraviglie del tempio di Zeus sono come la povertà e il disagio di piazza Omonia. Due facce della stessa medaglia. Mentre la prima si presenta all’esterno come luccicante di storia e profumata di turisti che pagano per entrarvi, il secondo puzza di povertà, tra derelitti e negozi ormai morti. Ma ad accomunarle ecco il disagio a cui rimediare con una tonnellata di buona volontà di cittadini che si sostituiscono allo Stato. Sono loro i veri vincitori di queste elezioni.

Atene

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