La scorsa settimana lo European Prison Observatory (Epo) ha organizzato un incontro pubblico a Bruxelles nel quale ha raccontato alcuni risultati del proprio lavoro alla presenza di esponenti della Commissione Europea e di Amministrazioni Penitenziarie nazionali (tra cui quella italiana). L’Epo è una rete di organizzazioni, coordinata dalla nostra Antigone, con sede al momento in otto Paesi europei e in via di allargamento, nel prossimo futuro, a quattordici, con la speranza di coprire presto l’intera Unione Europea. Compito dell’Epo è quello di monitorare le condizioni della vita carceraria negli Stati membri, al fine di evidenziare problematiche da risolvere e buone prassi da diffondere e scambiare tra i vari Paesi.

Poco prima dello scorso Natale il governo italiano ha presentato un disegno di legge dall’ampio articolato volto a riformare alcuni aspetti del codice penale e di procedura penale nonché dell’ordinamento penitenziario. Quanto a quest’ultimo, il testo si limita a elencare alcune indicazioni di massima, rimandando poi al governo stesso la delega a scrivere la nuova legge. Per il mondo carcerario si tratta di un evento epocale. La legge che regolamenta l’universo penitenziario italiano è del 1975 – varie volte in seguito modificata, ad esempio con la legge Gozzini – e questi suoi quarant’anni di vita hanno avuto modo di mostrarcene luci e ombre.

Se dovessi riassumere in poche parole i risultati principali dello European Prison Observatory – il cui compito, prima che interpretativo, è meramente descrittivo – direi che le sue indagini hanno provato che in ogni Paese, a prescindere dal modello normativo e amministrativo adottato, più i detenuti vengono responsabilizzati e trattati con dignità e più vantaggi ci sono per tutti in termini di recidiva e di qualità della vita interna, allentandosi le tensioni anche per il personale penitenziario. In Inghilterra, per fare un esempio, un modello gestionale ormai affermatosi in ben dieci carceri (di ogni tipo: per pene lunghe, per pene brevi, per sex offenders) è quello improntato su una forte democrazia rappresentativa. I detenuti formano dei veri e propri partiti, con il loro programma legato alla gestione di alcuni aspetti della vita interna. Dopo un periodo di campagna elettorale durante il quale i partiti hanno modo di far comprendere le loro priorità politiche, si va al voto. I detenuti portano avanti, ovviamente con il supporto e la supervisione dell’istituzione ma tuttavia con un forte senso di responsabilizzazione, la vita carceraria. Gli indicatori della qualità della vita ci dicono che in questi istituti si sta meglio, tanto se sei un detenuti quanto se sei un poliziotto, e che la relazione tra le due categorie è ben migliore.

In Francia si utilizzano stanze per le visite famigliari intime. Nelle carceri italiane il sesso è formalmente bandito, salvo poi ovviamente non esserlo nella prassi. Vari studi hanno mostrato come l’accesso a visite intime riduca la tensione carceraria e migliori la qualità della vita anche per gli operatori. In Scozia un sistema di visite video permette anche ai detenuti molto lontani da casa di non recidere i legami famigliari. L’uso delle nuove tecnologie dovrebbe essere al centro del ripensamento delle nostre norme penitenziarie. Gli esempi potrebbero continuare.

In ambito strettamente italiano, una ricerca davvero interessante condotta da Daniele Terlizzese sul carcere di Bollate mostra, utilizzando dei correttori scientificamente molto precisi per individuare i vari campioni statistici, come il solo fatto di essere immersi in un contesto nel quale il rispetto della dignità umana è assicurato, anche senza essere direttamente beneficiari di operazioni rieducative classiche quali attività penitenziarie di vario tipo, porti a una diminuzione della recidiva. Chi viene trattato dignitosamente delinque meno di chi viene trattato in maniera degradante.

densita carceri

Delle due indicazioni relative alle pene contenute nel comma terzo dell’articolo 27 della Costituzione – che non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che devono tendere alla rieducazione del condannato – tutto ciò racconta la relazione logica per la quale la prima indicazione implica la seconda. Trattare un detenuto con umanità contribuisce per ciò stesso alla sua rieducazione. Non sembra valere l’implicazione inversa: il modello rieducativo non porta con sé necessariamente il rispetto della dignità umana. Quarant’anni di applicazione della nostra legge penitenziaria mi pare lo abbiano dimostrato, ma sarebbe troppo lungo aprire qui questa questione.

Al governo che si troverà a scrivere la riforma penitenziaria diciamo perciò: mettete al centro la dignità, perché conviene a tutti. Fatevi guidare, non dall’ondata mediatica del momento, bensì da riflessioni serie basate su ricerche altrettanto serie. Lo European Prison Observatory guarda a tanti Paesi europei e ha molto da raccontare. Siamo a disposizione per dare consigli e indicazioni fondate sulla nostra esperienza.

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