Fitch ha tagliato il rating del Venezuela di due gradini da B a CCC, una categoria che contraddistingue i Paesi che vedono una “reale possibilità” di default. Lo comunica l’agenzia di rating, secondo cui il Paese latinoamericano è messo a rischio dalla vertiginosa caduta dei prezzi petroliferi che “erode la principale fonte di valute per l’economia” di un Paese con poche riserve e bassa liquidità. La decisione dell’agenzia è arrivata proprio nel giorno in cui le quotazioni del petrolio hanno registrato un rimbalzo che ha frenato per un attimo la caduta con il Wti che ha toccato un massimo di 59,29 dollari al barile per poi ripiegare a 56 dollari. Valori comunque proibitivi per Caracas che deve il 96% delle sue entrate in valuta estera proprio all’export di greggio e nei prossimi due anni dovrà rimborsare 10 miliardi di dollari agli investitori che hanno in pancia i suoi titoli di Stato e per riuscirci ha bisogno del prezzo del petrolio ad almeno 117-120 dollari al barile.

Prima ancora di Fitch a fotografare la situazione del Paese con analoghe previsioni era stata Moody’s che nel dicembre 2013 aveva tagliato di due gradini il merito di credito del Venezuela, abbassandolo da B2 a Caa1 (l’equivalente delle tre C di Fitch) mantenendo un outlook negativo e citando i crescenti rischi di un collasso economico e finanziario. “Il downgrade riflette l’opinione di Moody’s che il Venezuela debba fronteggiare squilibri macroeconomici crescentemente insostenibili, tra cui un’inflazione alla stelle e un profondo deprezzamento del tasso di cambio parallelo”, scriveva l’agenzia allineando le proprie valutazioni a quelle dei colleghi di Standard & Poor’s che per prima aveva puntato il dito contro la “radicalizzazione” della politica economica di Maduro e il declino delle riserve internazionali.