Al di là della complicata riuscita dell’operazione, l’unica certezza al momento rimane l’uscita di scena di Grifa, l’ormai ex pretendente dell’impianto Fiat di Termini Imerese che ha tenuto banco negli ultimi sei mesi. La società ha visto la luce nello studio di un notaio romano, in viale Regina Margherita, il 25 marzo 2014. Ma il suo nome è balzato agli onori delle cronache solo tre mesi dopo, quando l’azienda si è presentata al ministero dello Sviluppo Economico come candidata a rilanciare la produzione nello stabilimento siciliano della Fiat. Ma già allora, qualcosa non quadrava. Proprietaria di Grifa risultava Energy Crotone 1, società con sede a Bolzano che doveva occuparsi di energia eolica. Peccato che l’ultimo bilancio depositato dall’azienda risalisse al 2007 e che dei famosi campi eolici non ci fosse traccia. Legati al nome di Grifa, poi, erano diversi personaggi provenienti dalla galassia Fiat. L’amministratore delegato, Augusto Forenza, ha un passato legato a un’azienda fornitrice di Melfi, oltre che al fallimento del Basket Napoli. In qualità di consulenti dell’azienda, ecco spuntare Giancarlo Tonelli e Giuseppe Ragni, con trascorsi nel Lingotto e in Alfa Romeo, e Giovan Battista Razelli, fratello del presidente di Magneti Marelli, ma anche ex manager Fiat, Ferrari e ancora Alfa Romeo.

Con una squadra del genere, la nuova società non poteva che puntare alla produzione di auto, 35mila macchine ibride all’anno. E per centrare l’obiettivo, Grifa prevedeva di investire 350 milioni di euro in tre anni: 250 milioni di aiuti pubblici, messi sul tavolo da Mise e Regione Sicilia e altri 100 milioni di tasca propria. Eppure, questi 100 milioni non ci sono mai stati. Il capitale sociale era pari a 25 milioni, per altro non espressi da denaro contante, ma rappresentati dalle quote della famigerata Energy Crotone 1. I restanti 75 milioni, ha annunciato Grifa a luglio, li avrebbe messi un fondo brasiliano con un aumento di capitale. In attesa della ricapitalizzazione, nella mischia si è buttato anche il premier Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio, in agosto, ha fatto visita a Termini Imerese e ha annunciato un interessamento da parte di un’azienda automobilistica cinese, identificata presto in Brilliance China Automotive. Ma è bastato chiedere al Mise per scoprire che “non ci sono manifestazioni d’interesse né di Brillance né di altri investitori cinesi”.

Sfumata l’ipotesi orientale, il 10 ottobre Grifa ha firmato un verbale d’incontro, un’intesa di massima, con i sindacati: tutti i 770 operai Fiat e Magneti Marelli sarebbero stati riassunti senza passare per la mobilità. Così, quattro giorni dopo, ecco scattare le procedure di licenziamento collettivo: un atto dovuto, nulla di preoccupante, se ci fosse stata davvero un’azienda pronta a riaccoglierli. Il problema era che il tempo passava e non c’era ancora alcuna traccia dell’atteso aumento di capitale. Anzi, le cose si sono ulteriormente complicate. La società Kbo capital, indicata come partner chiave dell’operazione, ha smentito un suo coinvolgimento. Ma dal Brasile si sono affrettati a precisare: l’aumento di capitale non era un’invenzione. Semplicemente sarebbe stato fatto da un altro soggetto, un fondo partecipato dal Banco Rio de Janeiro, che a sua volta controlla Kbo Capital. Da qui, la confusione tra i vari attori sulla scena. Ma la precisazione di Marcello Gianferotti, procuratore della banca brasiliana, conteneva un avvertimento: “L’operazione non è da considerasi scontata”.

E con il passare dei giorni, queste parole sono suonate sempre più come una profezia. Il 10 novembre, il viceministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti ha spiegato ai sindacati che il Banco Rio de Janeiro aveva garantito il suo impegno a ricapitalizzare Grifa in una lettera a Invitalia. La missiva, tuttavia, poneva precise condizioni. Innanzitutto, il via libera di Mise e Invitalia. Poi, la formalizzazione del consiglio d’amministrazione e la firma di un annunciato accordo commerciale con Fiat. Infine, punto cruciale, il capitale sociale doveva essere convertito da quote della famigerata Energy Crotone 1 in 25 milioni in contanti. Inutile dire che nessuna di queste richieste è mai stata soddisfatta. Ad ogni incontro al Mise, Grifa sosteneva che l’operazione fosse imminente, che fosse questione di giorni. L’ultima illusione era stata la vendita di una controllata della società alla Elettra Servizi e Progetti, azienda novarese dietro la quale fa capolino una società americana con sede nel paradiso fiscale del Delaware. Con il passare delle settimane, i dubbi intorno a Grifa hanno continuato a crescere. Fino alla definitiva uscita di scena. Quando, ormai, potrebbe essere già troppo tardi.