Matteo Messina Denaro non vuole soltanto la morte del pm Nino Di Matteo, ma anche quella dei collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza e Antonino Giuffrè. Lo ha rivelato ai pm di Caltanissetta, Vito Galatolo, soprannominato ‘u Picciriddu, il boss dell’Acquasanta che alcune settimane fa ha deciso di collaborare con la magistratura. Galatolo ha raccontato agli inquirenti dell’attentato contro Di Matteo preparato dai boss delle famiglie palermitane tra il dicembre 2012 e il maggio del 2013: un ordine di morte mai ritirato ed ancora in fase esecutiva.

Ad ordinare l’assassinio del magistrato che indaga sulla Trattativa Stato-mafia fu Messina Denaro in persona, che i boss chiamano affettuosamente “il fratellone”, autore di una missiva ricevuta dal Girolamo Biondino, fratello di Salvatore, ex autista di Totò Riina, poi letta in presenza degli altri padrini di Cosa Nostra in una riunione del 9 dicembre del 2012. In quella lettera era contenuto anche l’ordine di assassinare Spatuzza e Giuffrè. “Tornando alla riunione del 9 dicembre, confermo che nella lettera Matteo Messina Denaro invitava anche a compiere un attentato nei confronti di Spatuzza e Giuffrè”, ha detto il neo pentito Galatolo, interrogato dai pm nisseni il 21 novembre scorso.

Gaspare Spatuzza, il killer di Brancaccio fedelissimo dei fratelli Graviano, gioca un ruolo di primo piano negli eccidi al tritolo del 1992 e del 1993: da collaboratore di giustizia ha riscritto la fase esecutiva della strage di via d’Amelio, smentendo definitivamente la ricostruzione del falso pentito Scarantino. Spatuzza ha anche raccontato agli inquirenti le confidenze ricevute dal boss Giuseppe Graviano alla fine del 1993. “Mi fece il nome di Berlusconi, io gli chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani” ha raccontato il pentito, testimone fondamentale del processo sulla Trattativa Stato mafia, e in quello ormai concluso con la condanna definitiva a sette anni di carcere per l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri.

Antonino Giuffrè, boss di Caccamo, era soprannominato Manuzza ed era uno dei fedelissimi di Bernardo Provenzano. Da collaboratore ha spiegato che nel 1994 “servivano uomini fidati e quindi si decise di puntare su Berlusconi”. Galatolo ha spiegato ai pm che per assassinare i pentiti, Cosa Nostra si era già preparata cercando di individuare la località segreta in cui si nascondevano. “Avevo appreso che Salvatore Cucuzza poteva attingere notizie sulle località ove erano allocati i collaboratori di giustizia”.

Le dichiarazioni di Galatolo, in questa fase, sono ancora in gran parte segrete e omissate: alcuni stralci, però, sono riportate nel provvedimento di fermo di Vincenzo Graziano, il luogotenente del boss dell’Acquasanta, finito in manette stamattina perché indicato come l’uomo che acquistò dalla ‘ndrangheta calabrese 200 chili dl tritolo per eliminare il pm Di Matteo. Ed è proprio Graziano che si era messo a disposizione per assassinare i collaboratori di giustizia. Solo che il braccio destro di Galatolo aveva altri obiettivi rispetto a quelli indicati da Messina Denaro. “Propose di uccidere Francesco Onorato, incombenza della quale si sarebbe occupato personalmente”. Onorato è l’uomo che uccide Salvo Lima il 12 marzo del 1992: la chioma dell’europarlamentare democristiano riversa nel sangue di Mondello è il primo frame della strategia stragista messa in campo da Cosa Nostra.