Un elemento pressoché assente nelle discussioni di questi giorni sul Jobs Act è costituito dal divario crescente (e per certi versi preoccupante), che viene a crearsi tra le competenze e attitudini, che oggi si rendono necessarie nell’operatività quotidiana, di quasi tutte le attività lavorative e quelle effettivamente possedute dai lavoratori e dalle persone in cerca di occupazione. Si tratta di un fenomeno molto difficile da quantificare, poiché si può osservare solo indirettamente attraverso le difficoltà di inserimento sperimentate da chi è alla ricerca del primo impiego e, soprattutto, di chi deve ricollocarsi avendo perduto quello che aveva in precedenza. Chi è all’interno, infatti può in qualche modo “resistere” al cambiamento o “organizzarsi” con i colleghi per ovviare alle lacune.

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La curva di Beveridge a questo proposito propone una rappresentazione efficace, disponendo graficamente il rapporto tra la disoccupazione e il tasso dei posti di lavoro vacanti, dove i posti vacanti sono sull’asse verticale e la disoccupazione in orizzontale. Con questo strumento possiamo osservare in che misura possano coesistere, da un lato persone che cercano lavoro e dall’altro offerte di lavoro che non trovano candidati adatti. Il divario tra competenze richieste e possedute non è certo l’unica determinante di questo scollamento (possono esserci tra le altre cose, problemi informativi, regolamentari, etc), ma è quella che  può  in prospettiva i risvolti più drammatici, perché colpisce gli individui più deboli e maggiormente privi di rappresentanza sia a livello politico che sindacale.

Quando un cinquantenne resta senza lavoro e non ha le competenze per trovarne un altro (perché se ha le competenze il lavoro lo trova a prescindere dall’età) come la mettiamo? Che si fa se non è stato brutalmente e arbitrariamente licenziato, ma è vittima del fatto che un sistema ottuso e parassitario ha ammazzato il suo datore di lavoro? Che dire se quel signore non ha la fortuna di accedere all’esposizione mediatica o di beneficiare di qualche intervento straordinario come quelli visti per Alitalia o per altre imprese i cui lavoratori di fronte alla prospettiva di perdere il posto sono stati considerati alla stregua di  “animali più uguali degli altri”?

Se non vi sembra abbastanza toccante il cinquantenne (che poi magari è un ex-manager che, agli occhi di tanti facili fustigatori, merita il suo castigo), pensate ai venti-trentenni, che rimangono (a volte purtroppo in modo inconsapevole) vittime di quella sorta di Schema Ponzi, per il quale gli viene richiesto di sprecare gli anni più importanti della vita professionale inseguendo uno stage non retribuito, un apprendistato in stile reality Tv o semplicemente a venire purgati con lavori atipici, per mantenere le promesse previdenziali della generazione precedente e i privilegi di quella contemporanea (che oggi si può appartenere alla casta anche avendo 30 anni, come numerosi  “figli d’arte”).

No, di questi non si sente parlare per niente, perché la carenza di competenze concretamente spendibili sul mercato del lavoro è un problema che accomuna individui ai due estremi dell’arco lavorativo, aspiranti molto giovani e disoccupati non più giovani (ma non ancora vicini alla pensione). In poche parole si tratta di poveri disgraziati, troppo variegati per interessare a politici, sindacalisti o altri vari capipopolo, che  vivranno il proprio dramma in silenzio mentre i media, gli opinionisti e i politici sono troppo preoccupati a pontificare pro e contro gli immigrati, pro e contro l’euro, l’austerità e la Germania (che nell’ingenuità collettiva sono profili diversi della stessa cospirazione) e per i quali lo spirito solidale italiota (soprattutto di sinistra), una volta avremmo detto “si costerna, si indigna, si impegna poi getta la spugna con gran dignità”, oggi dobbiamo riconoscere che se ne infischia e basta.

A onor del vero, il sussidio universale ipotizzato dal Jobs Act, quanto meno va nella direzione giusta, è meno iniquo della cassa integrazione, ma offre un palliativo piuttosto che una soluzione al problema e, nei dettagli dei decreti attuativi, dove solitamente si annida il diavolo, potrebbe anche produrre effetti indesiderati.

Qual è allora la morale della favola?

Che l’unica vera soluzione consiste nell‘individuare le competenze che consentono di accedere all’occupazione e fare in modo di conseguirle, manutenerle e aggiornarle. Fino a qui è facile, ma nel nostro paese il problema è sempre decidere a chi compete fare cosa.

Chi ci pensa a trasferire queste competenze e prima ancora a capire quali sono le competenze utili? Ci pensa lo Stato? Il buon Dio? Il sindacato? Il partito o l’associazione di categoria? Come nella canzone, il buon Dio (insieme agli altri) “è già scappato, dove non si sa; buon Dio se ne è andato chissà quando ritornerà”. Per cui l’unico, duro e sincero suggerimento è aiutarsi da soli e guardarsi sempre intorno (e soprattutto alle spalle), che quando restano per strada in 15 persone  in provincia, non fa notizia neanche sui giornali locali e ipnotizzati ora dall’ideologia ora dalla propaganda, si rischia di perdere l’ovvia considerazione di base che, per poter lavorare, occorre essere capaci di fare qualcosa di utile.