La legge 194 è chiara sì all’obiezione di coscienza personale, ma il servizio di interruzione di gravidanza deve essere comunque garantito dalla struttura. Questo purtroppo spesso non avviene.

L’ultimo caso si è verificato al Policlinico Umberto I di Roma dove, a partire dal 17 novembre, è stato chiuso il reparto per l’interruzione volontaria di gravidanza, in seguito al pensionamento dell’unico medico non obiettore. Il direttore generale dell’ospedale, Domenico Alessio, in seguito a una protesta di un gruppo di donne, tra cui utenti e lavoratrici del Policlinico Umberto I, ha riconosciuto di essere obbligato a far rispettare la legge 194 ma di avere difficoltà a far gravare sui fondi regionali la spesa di nuovo personale, impegnandosi in ogni caso a fornire già da oggi il nome di un medico non obiettore e a riattivare il reparto entro massimo tre giorni.

Il caso del Policlinico, purtroppo, non è isolato. Le strutture pubbliche che garantiscono l’interruzione volontaria di gravidanza sono sempre meno, ma soprattutto sono sempre meno i medici disposti a fare l’intervento.

L’ultima relazione del ministero della Salute al Parlamento mostra che gli interventi richiesti vengono eseguiti solo nel 64% delle strutture sanitarie teoricamente disponibili, con un picco regionale di obiettori che, secondo i medici della Laiga (Libera associazione italiana dei ginecologi per l’applicazione della legge 194),  raggiunge quota 90% nel caso del Molise, del Lazio, della Campania e della provincia di Bolzano.

Obiettori di coscienza in Italia

Non solo. Il diritto all’obiezione fa sì che in molte strutture ospedaliere non ci sia un medico disponibile a prescrivere la cosiddetta pillola del giorno dopo, farmaco anticoncezionale di urgenza indispensabile per limitare, se non azzerare il drammatico ricorso all’aborto.

Ne abbiamo un piccolo ma illuminante esempio nell’ambulatorio della Camera, affidato al Policlinico Gemelli che ha vinto il bando, dove tutti i medici sono obiettori e per avere la prescrizione bisogna rivolgersi a una struttura convenzionata esterna all’ambulatorio.

E’ chiaro che una situazione del genere richiede soluzioni. La più logica sarebbe quella di riservare nei bandi pubblici dei posti ai non obiettori, ma ciò è evidentemente impossibile perché si tratterebbe di una discriminazione basata sui convinzioni etiche e religiose.

A questo punto l’unica via di uscita sembra essere quella che lo Stato garantisca il servizio tramite strutture private convenzionate e a carico del Servizio sanitario nazionale. Siamo certe, purtroppo, che in caso di un possibile guadagno, molti attuali obiettori si ravvederebbero sulla via di Damasco.