In Italia si fanno sempre meno figli. I dati Istat indicano che nel 2013 è stato raggiunto il record negativo della natalità, con solo 515mila nuovi bambini. Le cause di questo trend, che ci porta ad essere un Paese sempre più vecchio, sono diverse: la precarietà, gli stipendi bassi, la disoccupazione, la crisi economica, l’assenza di un welfare adeguato. Sulla scelta pesano anche la storia personale, il partner che si ha accanto, la voglia di restare indipendenti. Per indagare a fondo il desiderio di maternità delle italiane, la regista romana Alessandra Bruno ha deciso di seguire, in un documentario intitolato “Stato interessante”, la vita di otto donne di Milano, Bologna, Roma e Torino. Le protagoniste hanno tra i 39 e i 42 anni, sono cioè in quell’età “dell’ora o mai più”. Il lavoro della filmmaker è cominciato lo scorso marzo. Non è ancora concluso, ma si possono vedere alcune interviste sulla pagina Facebook del progetto.

“Credo che il dubbio se diventare madri oppure no faccia parte dell’animo femminile da sempre, semplicemente adesso c’è la possibilità di esprimerlo con maggiore consapevolezza – spiega la regista.- Le persone che seguo nel progetto sono diverse. Due stanno cercando un figlio con un iter clinico, due sono certe di non volerlo, quattro invece sono incerte”.

Le donne che hanno deciso di restare incinte si ritrovano a fare i conti con l’età: nonostante i progressi della medicina, ritardando il momento del concepimento, si possono avere maggiori difficoltà. Le due, invece, che hanno scelto di non essere madri devono confrontarsi con le pressioni di una società che fatica ancora ad accettare che una donna possa essere completa anche senza un bambino. Per le quattro indecise la situazione si complica.

“A volte pensano di volere un figlio, poi cambiano idea – dice Bruno. – Credo pesi la precarietà lavorativa ed esistenziale, il fatto che a quarant’anni ci si sente ancora giovani e i modelli materni che si sono imposti nella società. C’è una retorica basata sulla madre perfetta, attenta a tutto e multitasking, che scoraggia, facendo sentire inadeguate. Non c’è più quella casualità con cui si crescevano i figli una volta. Se penso a mia madre, lei mi ha avuta a 23 anni e mi ha cresciuta come meglio ha potuto, senza troppe aspettative”.

Nelle vicende delle donne riprese nel documentario, i grandi assenti sembrano essere i potenziali padri (va ricordato che una delle protagoniste è lesbica, in coppia con un’altra donna) per la mancanza di una presa di posizione decisa. “Da parte degli uomini c’è un delegare, un ‘decidi tu’ – sottolinea la regista. – A parte un caso, non sembrano interrogarsi a fondo sul desiderio di paternità. È come se pensassero che è solo l’orologio biologico femminile ad essere in discussione, non il loro. Credono di avere tempo fino a sessant’anni, come se poi fosse così semplice avere un figlio in età avanzata, quando quasi si potrebbe essere nonni”.

A frenare gli uomini, ma anche le donne, è inoltre il pensiero comune di avere una vita già sistemata (pur nella precarietà generale) e di non avere spazio per un bambino, che stravolgerebbe ritmi e abitudini.

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