L’Italia era tra i suoi maggiori “sponsor”, fin dall’inizio del semestre di presidenza di turno dell’Unione. Ma, di fronte al tanto atteso piano di investimenti firmato da Jean-Claude Juncker e approvato martedì sera dalla Commissione Ue, la reazione dell’esecutivo Renzi è a dir poco tiepida. Perché dal cilindro di Juncker è uscito un coniglio ben più magro del previsto: solo 21 miliardi, 8 dei quali tra l’altro costituiti da risorse “riallocate”. Il compito di moltiplicarli per 15, trasformandoli in investimenti per 315 miliardi in grado di aumentare il prodotto interno lordo dell’Unione “dai 330 ai 410 miliardi” e creare “1,3 milioni di posti di lavoro in più all’anno”, è lasciato all’effetto della leva finanziaria. Di qui la freddezza del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che, a margine dei lavori del Parlamento europeo a Strasburgo, non si è sbilanciato sulla credibilità dell’effetto leva di uno a 15 previsto dalla Commissione (“è una cifra ragionevole, ma va valutata ex post”) né tanto meno sulla possibilità che Roma metta sul piatto ulteriori fondi. Opzione esplicitamente prevista dal piano, che la favorisce prevedendo, come richiesto da Roma e Parigi, l’esclusione di quelle risorse dal calcolo del deficit nazionale.

“Confesso che devo ancora vedere i dettagli del disegno del Fondo”, ha svicolato il titolare del Tesoro, facendo riferimento al nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis) in cui i 21 miliardi confluiranno. Di conseguenza “il governo italiano non ha ancora esaminato l’ipotesi di conferire risorse al Fondo, perché non sappiamo come funziona”. E bisognerà capire”quali saranno i criteri di ripartizione di queste risorse, non tanto verso i Paesi quanto verso i progetti”. Il gruppo di lavoro che sta lavorando alla lista degli interventi da finanziare, e in cui siedono anche rappresentanti dei Paesi membri, ha deciso che 240 miliardi vadano a “progetti strategici di rilevanza europea nel settore dell’energia, dei trasporti, della banda larga, dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione“. Ma non ci saranno quote nazionali garantite: chi presenta i progetti migliori prende più soldi.

Una prospettiva che evidentemente non soddisfa l’esecutivo italiano, che ha presentato un “libro dei sogni” del valore di 87 miliardi complessivi nel prossimo triennio. Tanto che Padoan ha messo le mani avanti spiegando che il pacchetto del nuovo numero uno della Commissione “richiederà parecchi mesi prima che sia messo in condizioni operative” e “nell’attesa, si può già adesso fare qualcosa”: “Ci sono progetti ‘bancabili’ e ci sono risorse per finanziarli” attraverso la Banca europea degli investimenti. Insomma, il piano che la scorsa estate pareva indispensabile ora viene derubricato a “primo passo” per la svolta della politica economica europea mirata a creare crescita e lavoro. “Un’iniziativa quanto mai opportuna”, certo, perché “serve uno shock positivo per evitare il rischio di stagnazione”. Ma, non ha nascosto Padoan nel suo intervento al Parlamento europeo, “bisogna fare tutto in fretta. Le aspettative dei cittadini sono crescenti come è crescente anche il rischio di una delusione“.

Intanto, sempre mercoledì, il vicepresidente dell’esecutivo Ue con delega alla crescita e agli investimenti Jirky Katainen ha detto di aver raccolto segnali di interesse di investitori stranieri per le autostrade italiane: “In Italia ci sono delle autostrade private e alcuni investitori mi hanno informato che sarebbero pronti a investire se i progetti fossero ben strutturati e se li potessero vedere prima di investire”, ha spiegato. Katainen ha poi chiarito che sarà il fondo Feis a farsi carico delle eventuali perdite dei progetti che saranno finanziati. L’obiettivo è infatti “incoraggiare il settore privato a investire”, diminuendo la rischiosità degli investimenti attraverso le garanzie.