I “temi che nel semestre italiano vogliamo portare all’attenzione delle istituzioni” in Aula non sono arrivati, relegati in un “documento scritto” consegnato alla presidenza. Al loro posto una miscellanea di citazioni che spazia dall’epica omerica al Rinascimento, autoesortazioni ad avere “coraggio e orgoglio”, concessioni alla cultura ultrapop, inviti rivolti all’assemblea a “ritrovare l’anima dell’Europa”. E’ stato un esordio in pieno stile Renzi quello del presidente del Consiglio nel discorso di apertura del semestre di presidenza italiana al Parlamento Europeo. A Strasburgo l’ex sindaco di Firenze si è presentato alla sua maniera, chiedendo un’Unione più “smart” nell’intento di accreditarsi come tale, evitando di chiedere “di cambiare le regole” ma facendolo implicitamente al tempo stesso, sollecitando “la crescita” senza la quale “l’Europa non ha futuro“. E scontrandosi subito con il Partito Popolare Europeo, che con il tedesco Weber ha ammonito: “Nella Ue non si fa nessuna differenza tra paesi grandi e piccoli”. Piccato al punto giusto, Renzi non si è scomposto e ha risposto a tono, raggiungendo almeno in parte l’obiettivo che si era prefissato al momento della partenza da Roma: apparire brillante e sicuro di sé al cospetto dei maestri europei che gli chiedono da tempo di fare i compiti a casa e di farli bene. Non fosse stato per il tira e molla sulla conferenza stampa irritualmente annullata con il presidente Schulz per correre a far bella figura da Bruno Vespa, la prima di Renzi al parlamento Ue sarebbe stata una giornata da ricordare. 

 Il vestito dell’homo novus che affronta con personalità e padronanza i marosi della politica di alto livello gli si attaglia a pennello anche oltreconfine e a lui piace molto. Il tono con cui Renzi debutta dinanzi all’emiciclo di Strasburgo è del tipo “potevamo stupirvi con effetti speciali, ma…”, quando il premier annuncia che i punti fondanti del semestre italiano nel suo discorso non ci saranno.  “Se l’Europa facesse oggi un selfie,  – esordisce gigione Renzi, in omaggio a quella cultura pop di cui infarcisce ogni suo intervento – verrebbe fuori il volto della stanchezza, della rassegnazione, il volto della noia. La vera e grande sfida che abbiamo di fronte è ritrovare l’anima dell’Europa”. L’obiettivo del semestre italiano arriva subito dopo: l’Italia sa che “per essere credibile” deve fare le riforme sempre annunciate e mai attuate, ma ora l’Ue deve fare un passo verso Roma: “Noi non chiediamo di cambiare le regole, ma diciamo però che rispetta le regole chi si ricorda che abbiamo firmato insieme il patto stabilità e crescita. Senza crescita l’Europa non ha futuro”. E’ il passaggio che scatena la reazione del Ppe: “L’Europa è forte se gli Stati fanno i compiti a casa” e “rispettano le regole di bilancio – taglia corto il capogruppo Manfred Weber, tedesco, non appena giunge il suo turno, cucendo addosso a Renzi i panni scomodi dello scolaretto – nuovi debiti non creano futuro ma lo distruggono: l’Italia ha il 130% di debito, dove prende i soldi?”. Neanche la promessa delle riforme va bene a Weber: “Come possiamo essere sicuri che saranno fatte? E come spieghiamo a Irlanda, Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna che con i Paesi del G7 siamo più flessibili?”. “Renzi ha chiesto di avere fiducia – chiosa in tono cattedratico Weber – ma quello che si promette si mantiene”.

Il turno di Renzi arriva di prassi dopo che la lista degli interventi previsti è esaurita. E lo scolaretto ha tutto il tempo per meditare la risposta e organizzare la controffensiva: “Se qualcuno pensa di fare lezioni di morale ha sbagliato posto – sentenzia il premier italiano – se Weber parlava a nome del suo gruppo politico, gli ricordo che un partito appartenente al gruppo ha guidato l’Italia per molti anni”, sibile Renzi riferendosi ai governi guidati da Silvio Berlusconi e suscitando il plauso dei parlamentari italiani, sponda Pd. Poi lo schiaffo, calibrato e preciso, a Berlino: “Se, invece, Weber parlava a nome della Germania – continua Renzi – vorrei ricordare che durante l’ultima presidenza italiana ci fu un Paese cui non solo fu concessa flessibilità ma anche di violare i limiti“, ovvero la Germania, “cosa che le ha consentito di crescere”.

Il resto è pura accademia. Renzi piacioneggia alla sua maniera, attinge a piene mani a quella valigia di retorica che mette sempre sotto il pulpito quando parla in pubblico, alla faccia di chi lo accusa di seminare slogan ma di non avere nessuna agenda politica. Più attenzione ai temi caldi della cronaca e della politica internazionale, dalle tragedie del mare, alla questione ucraina, al dramma dei tre ragazzi israeliani rapiti e uccisi in Medio Oriente. Ma apre anche a David Cameron (un’Europa senza Regno Unito sarebbe “meno Europa”) incassando la fiducia del premier britannico e gli strali dell’euroscettico Nigel Farage, leader dell’Ukip: “E’ stato bravo, ma non collaboreremo: non c’è stata sostanza nel suo discorso, specie sui temi economici”. 

I riferimenti e le citazioni si sprecano: oggi in Europa “c’è una generazione nuova” – spara Renzi, facendo uso di quel “noi” che usa spesso sul limite sottile della captatio benevolentiae verso gli uditori – che “ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, di meritare l’eredità” dei padri dell’Europa, spiega ancora prendendo ad esempio il figlio di Ulisse, personaggio che nella narrazione omerica ebbe l’ingrato compito di custodire la casa del padre a Itaca e difenderla dalle angherie dei proci in attesa del suo ritorno. Strano riferimento per chi si affacciò sul palcoscenico della politica nostrana nelle vesti del rottamatore che prometteva di spazzare via le generazione della vecchia politica: «Dobbiamo fare come lui. Dobbiamo essere eredi, prendere la tradizione da cui veniamo e darla ai nostri figli». E poi la cultura classica (“Se pensiamo al passaggio del testimone tra Grecia e Italia non pensiamo a cose straordinarie e affascinanti e ricche di suggestione, come il rapporto tra Anchise ed Enea, Pericle e Cicerone, l’agora ed il foro, il tempio e la chiesa, il Partenone e il Colosseo”) e la storia dell’arte: “A Firenze ci fu la prima crisi finanziaria” europea e da quella crisi “è nato il Rinascimento“.

Il senso della giornata è racchiuso nelle parole di Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue, che ricorda all’Italia il suo passato e le sfide del futuro. “Nel novembre 2011 diversi governi volevano che l’Italia scegliesse a favore dell’intervento del Fondo monetario internazionale, era sull’orlo del disastro: sono orgoglioso del fatto che la Commissione è sempre stata con l’Italia contrariamente ad altri governi europei”, ha ricodato Barroso. “E’ molto importante che lei porti lo slancio delle riforme nell’Ue – l’esortazione di Barroso- la sua presidenza si presenta in un momento di transizione in cui l’Ue affronta la fase della ripresa. Abbiamo bisogno di un’Italia forte al centro di un’Unione Europea molto forte”.