Dopo la polemica a distanza con Matteo Renzi, ora il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, indebolito dallo scandalo LuxLeaks, cerca una tregua. E lo fa con una lettera di quattro pagine, resa nota dal portale EurActiv, e un faccia a faccia andato in scena durante il G20 di Brisbane. La missiva, scritta a quattro mani con il primo vicepresidente Frans Timmermans e inviata via mail il 12 novembre, è indirizzata al premier italiano, in quanto presidente di turno del semestre Ue, e al presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. “Adesso lavoriamo insieme”, chiede Juncker, deciso a difendere la poltrona mentre Bloomberg e il Financial Times, ma anche la leader del Front National francese Marine Le Pen, i Cinque Stelle e Fratelli d’Italia ne chiedono le dimissioni in seguito alle rivelazioni dell’inchiesta sugli accordi fiscali del Lussemburgo con le multinazionali straniere. Mentre il settimanale L’Espresso, partner esclusivo per l’Italia dell’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ) che ha svelato lo scandalo, dedica la copertina del suo ultimo numero alla seconda puntata dell’inchiesta intitolandola “Quest’uomo è inadatto a guidare l’Europa”.

Indebolito dallo scandalo LuxLeaks, il nuovo presidente della Commissione cerca una tregua con il premier italiano che guida il semestre europeo

L’ex capo di governo del Granducato ribadisce più volte la necessità di collaborare per la realizzazione di un programma in dieci punti tutto incentrato sulla crescita e la lotta alla disoccupazione. “Una cooperazione più stretta tra le nostre istituzioni può mandare un messaggio potente”, scrive. E si dice “pronto”, dopo l’adozione del programma per il 2015, a lavorare con il Consiglio europeo e l’Europarlamento per “identificare una lista di proposte sulle quali le istituzioni possano impegnarsi a fare rapidi progressi (“binario veloce”), riguardo sia ai contenuti sia alle procedure”. Segue una lista di “dieci priorità per il 2015 e oltre”. Al primo punto c’è “una nuova spinta per il lavoro, la crescita e gli investimenti”. Ovvero il pacchetto da 300 miliardi di investimenti annunciato già in estate e ora in dirittura d’arrivo: verrà presentato entro fine anno e l’Italia ha già avanzato le sue richieste, sotto forma di 2.200 progetti per un valore complessivo di 40 miliardi, alla task force di cui fanno parte Commissione e Banca europea degli investimenti.

Ai punti successivi ci sono “un mercato unico digitale connesso”, “un’unione energetica resiliente e una politica contro i cambiamenti climatici che guardi avanti”, “un mercato interno più ampio e equo”, “un accordo per il libero commercio con gli Usa ragionevole e bilanciato“, “un’area di giustizia e diritti fondamentali basata sulla fiducia reciproca”, “una nuova politica della migrazione“, una “più forte azione globale” e, decimo punto, “un’unione per il cambiamento democratico”.

Titoli sibillini sotto i quali sono però citati alcuni obiettivi particolarmente rilevanti sia alla luce dello scandalo sui “tax ruling” lussemburghesi sia in vista del giudizio definitivo sulle leggi di Stabilità dei Paesi Ue, previsto per il 24 novembre. Per prima cosa, infatti, al quarto punto si legge che occorre lavorare su “misure per combattere la frode e l’evasione fiscale”. Juncker, dunque, resta saldo sulla linea di difesa scelta dopo l’esplosione dei LuxLeaks: non ci sarebbe “alcun conflitto di interesse” tra la sua posizione e il fatto che la Commissione abbia avviato indagini sul Lussemburgo e intenda mettere a punto una direttiva ad hoc per lo scambio automatico di informazioni sugli accordi fiscali anticipati siglati tra le autorità fiscali e le aziende. I tax ruling, appunto.

L’altro aspetto che colpisce è l’assenza di qualsiasi riferimento alla necessità di uno stretto controllo sui conti pubblici da parte degli Stati membri. Anzi, al punto cinque si ricorda che è in vista una “revisione” del Six pack e del Two pack, i regolamenti sulla riduzione del debito e del deficit che pesano come un macigno sui Paesi del Sud Europa, Italia in testa. Auspicando un rafforzamento del “governo” economico dell’Unione, insomma, Juncker sembra sposare una posizione meno rigorista che in passato, quando non aveva mancato di sottolineare che gli unici margini di flessibilità sono quelli già consentiti dai trattati e non possono comunque essere indipendenti dal varo delle riforme strutturali. E dire che solo dieci giorni fa il lussemburghese aveva risposto con toni durissimi alle affermazioni di Renzi sui “burocrati europei”. Avvertendo: “Io sono il presidente della Commissione Ue, istituzione che merita rispetto”.