Nel declino italiano il triangolo di Tortona è stato capace di perpetuarsi attraverso Prima, Seconda e Terza Repubblica, dalla paleo-Dc alla neo-Dc di Matteo Renzi. Da Tortona, al centro del Piemonte, l’autotrasportatore Marcellino Gavio è partito per costruire un impero autostradale (1300 chilometri di concessioni) secondo solo a quello dei Benetton. I lati del triangolo sono i politici piemontesi, la concessionaria del traforo del Frejus (la Sitaf), il ministero delle Infrastrutture con annesso Anas. Il defunto Francesco Froio, storico dominus della Sitaf influentissimo nei corridoi del ministero, tesseva la trama. Il tunnel del Frejus, con i privati al 48,8 per cento e i pubblici al 51 per cento, è stato finora la stanza di compensazione tra i bisogni della politica piemontese e le ambizioni di Gavio.

Adesso Marcellino non c’è più. Il comando è passato al figlio Beniamino e gli equilibri scricchiolano. Come lascerebbe supporre la lettera con cui il 28 ottobre scorso il presidente dell’Anas, Pietro Ciucci (appena iscritto nel registro degli indagati per abuso d’ufficio nell’inchiesta sulla Statale 275 Maglie-Leuca), ha comunicato la decisione di comprare le azioni Sitaf in mano al comune e alla Provincia di Torino (circa il 19 per cento per una cifra attorno ai 50 milioni, stando a indiscrezioni) per procedere “nel più breve tempo possibile” a privatizzare il 51 per cento. Il sindaco di Torino Piero Fassino deve vendere di corsa, perché se non incassa quei 25-30 milioni di euro entro il 31 dicembre salta il bilancio del Comune. Gavio, che ha il 36 per cento della Sitaf custodito nella quotata Sias, ha incassato il colpo, come ama dire, “con approccio anglosassone”, cioè diversamente da come avrebbe reagito suo padre. In nome della tutela dei suoi azionisti di minoranza si è rivolto allo studio legale Chiomenti e ha fatto partire una lettera di diffida a Fassino (che non si azzardi a vendere all’Anas) e una controfferta di 70 milioni per conquistare la maggioranza della Sitaf. E lunedì 17 novembre i vertici del gruppo non parteciperanno alla cerimonia di abbattimento dell’ultimo diaframma della seconda galleria del Frejus, proprio – stando a fonti vicine alla società – in polemica per la gestione della vicenda Sitaf.

La preda d’altronde è interessante. La concessione scade nel 2050, tra poco entrerà in funzione la seconda canna del tunnel e si moltiplicheranno i profitti già alti: quel passaggio verso la Francia produce un utile pari al 20-25 per cento del fatturato. Se Fassino vende all’Anas dovrà vedersela in tribunale con Beniamino, che, rimanendo con un pacchetto di minoranza inutile, potrebbe brandire l’arma del danno erariale (perché vendere all’Anas a 50 quando c’era l’offerta da 70?). Ma se compra Gavio sarà l’Anas a restare con il cerino in mano. Sono i guai in cui si infila la politica che ha trasformato ogni ente locale in una piccola merchant bank, dove non solo non si parla inglese ma spesso nemmeno l’italiano dei ragionieri.

Il gruppo Gavio ha rapporti complessi con la politica torinese. Nell’estate 2013 la famiglia ha fatto fuori Bruno Binasco, che teneva i rapporti con la politica in modo così riservato da farsi arrestare più volte e sempre in silenzio. Ma stranamente non si è costituita parte civile nel processo che poche settimane dopo ha visto il manager condannato per appropriazione indebita (ai danni del gruppo Gavio) per aver versato all’esponente del Pd torinese Giorgio Ardito 115mila euro in nero. Durante Mani Pulite Binasco aveva raccontato delle tangenti versate al Compagno G., il torinese Primo Greganti; nel 2005 teneva i rapporti con il presidente della Provincia di Milano, il diessino Filippo Penati, nel periodo in cui Piero Fassino era segretario del partito. E fino al 2012 è stato consigliere proprio della Sitaf, i cui ruoli chiave sono in mano a uomini del Pd come Salvatore Gallo, ritenuto dai critici un “signore delle tessere”.

Salotto nel salotto la Musinet Engeneering, controllata della Sitaf: il presidente è Giancarlo Quagliotti, già condannato con Primo Greganti per finanziamento illecito ai partiti, ora vicepresidente regionale del Pd e consigliere di Fassino; il suo vice è Ignazio Moncada, potente torinese indicato dall’ex presidente Ior Ettore Gotti Tedeschi come “grande burattinaio”; infine in consiglio d’amministrazione siede Gioacchino Cuntrò, tesoriere del Pd torinese. Gavio ha incaricato la Musinet di coordinare la progettazione del tunnel autostradale che dovrebbe passare sotto la Mole per unire le autostrade a est (per Milano e per Aosta) con quelle a sud (per Piacenza e Savona). Il progetto è stato presentato a Fassino il 10 ottobre.

Ma Gavio Junior ostenta uno sguardo rivolto fuori dai confini subalpini. Dopo essersi liberato di Binasco si dichiara imprenditore del nuovo millennio e guarda con superiorità alle beghe tra quei piddini che un tempo apparivano poco più che famigli della corte di Tortona. Gli piace Renzi (anche se poi alla cena di finanziamento non è andato), è convinto che il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi stia rivoluzionando il dicastero. La sua scommessa incuriosisce. Di fronte all’articolo 5 del decreto Sblocca Italia – che regala alle società autostradali generose proroghe delle concessioni che valgono per loro miliardi di euro – ha assunto un atteggiamento disinteressato, come se volesse deliberatamente ignorare che le preziose righe sono state scritte sotto dettatura della lobby autostradale, guidata dal suo antico sodale tortonese Fabrizio Palenzona insieme ai veri signori del casello, i Benetton. Il piano che ha presentato ad agosto all’Unione europea – che verificherà che non ci siano aiuti di Stato occulti – punta a riunire in un’unica grande concessione le otto della Sias (Torino-Milano, Torino-Piacenza, Torino-Savona , Val d’Aosta, Sestri Levante-Livorno, Savona-Ventimiglia, Parma-La Spezia, Asti-Cuneo) promettendo investimenti in cambio del prolungamento fino al 2043.

Le concessioni più interessanti del gruppo Sias scadono entro il 2026. Per Gavio è la modernità che lo impone: gli Stati non hanno più soldi per costruire autostrade, e i privati sono lì a risolvere il problema in cambio della concessione semi-eterna. Giura a tutti quelli che incontra di aver bandito legami inconfessabili, e intanto la sua influenza sul sistema delle autostrade si allarga. Il controllo della Sitaf probabilmente finirà a lui. C’è da capire se stiamo assistendo a una sceneggiata con il finale già scritto, in perfetto stile prima Repubblica: la prima regola del politico avveduto era attaccare in pubblico l’azienda amica. O se davvero Gavio junior vuole lasciar cuocere nel suo brodo un vecchio ceto politico disperatamente aggrappato a un renzismo di sopravvivenza.

di Andrea Giambartolomei e Giorgio Meletti 

da Il Fatto Quotidiano del 12 novembre 2014

Aggiornato da Redazione web alle 15:57 del 16 novembre