Amedeo Matacena come Marcello Dell’Utri. E non solo per la condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Entrambi avevano lo stesso obiettivo: raggiungere Beirut per non finire in galera. Dell’Utri c’è riuscito ma è stato prima arrestato e poi estradato in Italia. Latitante a Dubai e senza passaporto, anche Matacena ha provato a raggiungere il Libano ma, prima che il piano di fuga si concretizzasse, la Procura di Reggio Calabria ha arrestato i suoi presunti complici: la moglie Chiara Rizzo e l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, oggi imputati nel processo “Breakfast”.

In un’informativa consegnata al pm Giuseppe Lombardo, la Dia di Reggio parla di “sillogismo”, di una “sorta di parallelismo, con numerosi punti di contatto, tra il Dell’Utri Marcello e Matacena Amedeo”. Due destini incrociati con lo stesso minimo comune denominatore: Vincenzo Speziali, nipote omonimo dell’ex senatore di Forza Italia amico di Marcello Dell’Utri. Sposato con una nipote dell’ex presidente del Libano Amin Gemayel, Speziali (indagato dalla Dda) ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento tanto nella vicenda di Dell’Utri quanto in quella di Matacena.

Eppure, incrociando i tabulati telefonici del numero utilizzato da Dell’Utri durante la latitanza, la Direzione investigativa antimafia ha riscontrato che le utenze “in uso a Speziali Vincenzo (due numeri libanesi ed uno italiano), fino agli ultimi giorni del gennaio 2014, avevano generato traffico telefonico con le utenze in uso all’ex senatore”.

Ma c’è di più: con Dell’Utri si sentiva anche Sergio Billé, l’ex presidente della Confcommercio il cui nome compare nelle carte dell’inchiesta su Matacena perché in contatto con Speziali e Scajola. È spuntata anche una lettera, una sorta di vademecum per l’ “affair Matacena” scritto da Gemayel e consegnato da Speziali all’ex ministro. “Ho fatto una cosa più difficile, quella per Sergio, figurati questa”. È la frase che la Dia ha registrato ascoltando una telefonata tra Speziali e l’ex ministro dell’Interno. La “cosa più difficile” secondo gli inquirenti potrebbe essere il trasferimento di Dell’Utri a Beirut attraverso un canale che, da lì a poco, sarebbe servito anche a Matacena. “Stiamo lavorando, stiamo lavorando, stiamo lavorando… ma sai, non è facile… stiamo facendo la rete di protezione, proprio, lo stesso, perchè l’istanza è un atto ufficiale… poi, giustamente… andiamo ad avere un conflitto istituzionale… diplomatico…”.

Un complesso apparato logistico e una rete di protezione che si mette in moto quando gli “amici” hanno bisogno. In questo caso occorreva salvare Matacena e Dell’Utri dal carcere dopo che le condanne mafia sono diventate definitive. Ma qualcosa è andato storto e la rete si è inceppata. Si salvi chi può quindi. Dopo l’arresto di Dell’Utri, Speziali ha sempre negato qualsiasi rapporto con il senatore.

“A smentire le parole dello Speziali in merito ai suoi rapporti con Dell’Utri, – scrivono gli investigatori – giova rappresentare che personale del centro operativo Dia di Roma, in occasione dell’arresto di quest’ultimo in Libano, si sono recati a Beirut, ove hanno appreso da locali funzionari della polizia libanese (generale Imad Osman, capo della Division of information), che Speziali Vincenzo avrebbe accompagnato in passato il Dell’Utri durante i suoi viaggi in Libano e che fra i due risulterebbero decine di contatti telefonici”.

“L’operatività dimostrata dallo Speziali, – è scritto sempre nell’informativa – da un lato nel favorire il progetto di spostamento del Matacena e dall’altro nell’intrattenere frequenti rapporti e contatti con Dell’Utri, non teneva conto, dimostrando gravissima e consapevole sottovalutazione, delle pericolose connessioni di costoro rispettivamente con i vertici della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra. A tale proposito, pertanto, stante lo spessore criminale di Dell’Utri e di Matacena, è indubbio che lo Scajola e lo Speziali avevano una cosciente ed univoca condotta agevolatrice dei sodalizi criminale, ai quali i predetti sono legati”.