isicilianiE se non ne parlo io chi dovrebbe farlo? Chi può sentire oggi l’impulso di raccontare la quotidiana utopia di un padre nobile e delle sue creature, alcune già in calvizie e molte ancora implumi? Il giornalista un po’ Risorgimento un po’ Resistenza è asserragliato davanti al suo computer, nell’immane sforzo di difendere la patria siciliana e quella italiana dall’arroganza delle mafie: “È un po’ come presidiare un forte nel deserto, forse era meglio quando ci sparavano addosso. Sembra di essere nel ’36, quando tra Parigi e Roma c’erano quarant’anni di distanza e il fascismo non aveva bisogno di uccidere”.

Da tempo lo seguo con ammirazione e con sgomento. La prima per l’energia irriducibile con cui da decenni conduce la sua lotta per un paese libero e civile. Il secondo per la stolida perfidia di un sistema che finge di non vederlo o davvero non lo vede. E invece Riccardo Orioles c’è. E ogni mese produce quel vero prodigio telematico che è I Siciliani giovani. I Siciliani: proprio come la storica testata di Pippo Fava, il giornalista ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984 da una mafia di cui tutti in città negavano l’esistenza.

Riccardo allora faceva parte dei “carusi di Fava”, la covata di giovani giornalisti che il Direttore per antonomasia aveva tirato su in un bellissimo impasto di etica e guasconeria. A quella sera di gennaio Riccardo, che ormai di anni ne ha 64, ha inchiodato la sua anima. Da allora ha fatto tante altre cose, sfidando poteri forti e solitudini. Da due mesi ha saputo di dovere più di 100 mila euro a una ditta di Trieste per una causa civile di 29 anni fa. “Fossero mille euro mi preoccuperei, così mi vien quasi da ridere, nullatenente come sono. E con gli acciacchi che ho, mi sembra di essere in una commedia dell’arte, tra avvocati e notari, medici e speziali”. 

Un carattere sprucido e dolcissimo. Alla fine è tornato a quella testata gloriosa, sia pure rinominandola in chiave giovanile, sempre convinto che ogni volta valga la pena ricominciare da tre. Che anche dopo le legnate c’è un futuro più roseo. Che anche dopo i tradimenti di partito o movimento c’è un ragazzo su cui vale la pena di investire e che incarna l’Italia che prima o poi verrà. Indimenticabili le discussioni sul futuro gonfio di speranze, perché “c’è Fabiolino”, o “c’è Luciano”, giusto per citare due nomi (“ma ormai sono scrittori”) che l’esperto talent-scout ha scovato nell’esercito giovanile dell’antimafia.

Riccardo non riserva troppe attenzioni alla politica raccontata da giornali e tv, e fa bene. Sa cogliere benissimo i dettagli che contano nella cronaca. “Oggi ho due bellissime storie militanti. Una è il comitato delle donne di Milazzo contro i veleni della raffineria e le loro tracce nelle urine dei bambini. Storia di mobilitazione stupenda, guidata da un prete settantenne davanti a un sindacato incattivito. L’altra sono i bambini del conservatorio ‘Falcone-Borsellino’ di Catania, sfrattati dalla loro sede, bambini dei quartieri poveri che non sanno più dove provare. È l’Italia di ogni giorno, mai così spaccata, non dalla politica ma dalle disuguaglianze. Fare il giornale è difficile, non sono nemmeno tempi eroici; e sono proprio i tempi incolori che chiedono più coraggio. I ragazzi qualche volta non capiscono, così abbiamo bucato i tre giorni di ‘Contromafie’, che è come non avere la guardia alla polveriera”.

Dalla sua Milazzo, che lo vide un giorno militante di Lotta continua, questo intellettuale organico dell’Italia degli onesti sembra governare idealmente il mondo con mail garbate, piene di “cortesemente” e “per gentilezza”. Le sue legioni sono i giovani e i giovanissimi che crescono ovunque al verbo dell’antimafia. Li pesca con il fiuto del setter di razza. L’Italia che pensa che l’antimafia sia solo un fatto giudiziario non sa di perdersi una delle sue parti più belle. Come guardarsi allo specchio nascondendo sotto occhiali affumicati occhi sfolgoranti. Questo ho pensato “sfogliando” al computer l’ultimo numero del mensile (su cui Riccardo mi ha fatto l’onore di riservarmi uno spazio), scoprendo tra le firme quel mio allievo, quel ragazzo conosciuto in una scuola di provincia o quella studentessa della professoressa Pellegrini di Bologna o quel redattore di Antimafia Duemila.

E chiedendomi come diavolo abbia fatto, da Milazzo, a conoscere questi esemplari di un mondo vitale e primaverile, come ottenga ogni mese di averne pezzi e racconti sempre nuovi. O foto e disegni e informazioni da antologia. Chi pensa che non ci siano alternative all’Italia tutta fuffa e imbrogli, si ricreda. Questo maturo garibaldino pieno di acciacchi, spesso privo dei soldi per curarli, ne estrae ogni mese il meglio senza un euro. Ripenso, chissà perché, al 1996, dopo la vittoria dell’Ulivo, immaginavo di vederlo assumere nelle redazioni che contavano. Avrebbero fatto a gara, ne ero certo. E invece scoprii che comandava ancora Vespa e che lui dormiva alla stazione Tiburtina, prima di arrendersi all’idea che la Capitale non era cosa sua. A Milazzo era cresciuto e a Milazzo doveva tornare. Talpa mai sazia di scavare, partigiano mai stanco di sperare.

Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2014