Se il torrente Carrione a Carrara continua a esondare – dal 2003 si sono contate 4 alluvioni – è colpa anche delle estrazioni dalle cave di marmo. O meglio di quei detriti, massi e scarti di lavorazione abbandonati sistematicamente ai lati delle cave, che con la pioggia rotolano giù, nell’alveo del fiume, “intasandolo” e facendolo straripare. Peggio ancora se l’argine è costruito male, come in questo caso. A sostenerlo è un geologo, Mauro Chessa, presidente della Fondazione dei geologi e autore di diverse relazioni sul mondo delle Apuane e del marmo, tra cui “Apuane: 279 modi per dire carbonato di calcio”. Chessa parla sostenendosi su relazioni Arpat e dell’università di Siena e afferma che le cave sono tra le principali cause del dissesto idrogeologico nel territorio carrarese.

In questo caso c’è un argine collaudato nel 2009 che non ha retto. Ma tutto questo si poteva evitare facendo rispettare le regole a monte. Il Centro di geotecnologie dell’università di Siena in una sua relazione del 2007 sul marmo scrive infatti: “I ravaneti rappresentano oggi una delle principali fonti di dissesto idrogeologico che insistono sulle aree estrattive e su alcuni centri abitati”. Il ruolo delle cave si trovava al centro anche dell’inchiesta della procura di Massa Carrara sull’alluvione del 2003, quando morì Idina Nicolai, 76 anni. Gli indagati per omicidio colposo erano 24 e figuravano, oltre a due ex sindaci e dirigenti comunali, anche imprenditori del settore dei marmi. La perizia dei tecnici, composta da 93 foto, dimostrava la sistematica occupazione dell’alveo del torrente da parte dei resti di lavorazione del marmo, con l’acqua che era costretta a passare in mezzo a massi e detriti. Il processo cominciò quando la prescrizione era già alle porte. Da allora non è cambiato molto. “Nonostante Regione Toscana abbia ordinato di eliminare tutti i ravaneti, ossia le pareti dove si accumulano i detriti dell’attività estrattiva – spiega Chessa – ce ne sono ancora molti. Alcuni sono vecchi, altri continuano a essere alimentati”.

Nel dicembre del 2013 Arpat ha pubblicato poi una relazione sulle attività estrattive nelle Alpi Apuane, scrivendo “per quanto riguarda i detriti la situazione è critica. Le strade di arroccamento si sviluppano su pendii scoscesi e sono generalmente realizzate con materiale detritico residuo delle lavorazioni di estrazione. Questo comporta che non siano facilmente individuabili gli interventi necessari ad evitare che in caso di pioggia si trasformino in fiumi di fango biancastro che invadono le strade comunale ed i fossi esistenti”. Ma da allora – secondo il geologo – nulla è stato fatto a monte per mettere in sicurezza il territorio: nessun controllo, nessuna sanzione. Gli unici interventi sono stati eseguiti a valle, e riguardano la rimozione dei detriti nell’alveo. “Le regole vanno fatte rispettare – commenta Chessa – ma in questo vediamo una latitanza degli organi competenti. La causa principale dell’esondazione dell’altra notte rimane l’argine, che a quanto pare non è stato costruito bene, ma la rimozione dei detriti fa parte della prevenzione”.

L’Arpat aveva segnalato il fenomeno a dicembre 2013: “Situazione critica”

Il sindaco di Carrara Angelo Zubbani – uno dei responsabili delle attività di controllo sulle cave – contattato da ilfattoquotidiano.it, spiega: “Che sia materiale proveniente dai bacini estrattivi è indubbio – commenta – ma da lì a dire che la responsabilità sia dei ravaneti è una forzatura, anche perché non ci sono più ravaneti di nuova generazione. I detriti oggi vengono allontanati e non stoccati. Il Comune ha eseguito tutti i lavori che doveva fare, quindi anche noi faremo i dovuti accertamenti per capire chi siano i responsabili e quali gli errori commessi che hanno portato all’ennesimo alluvione”.

Certo, come detto, questa volta l’aspetto centrale riguarda i lavori di messa in sicurezza non eseguiti o eseguiti male: l’argine crollato per oltre 100 metri all’altezza di Avenza era stato infatti costruito nel 2007 e collaudato nel 2009. L’ente appaltante era la Provincia, che adesso, attraverso il suo neopresidente, Narciso Buffoni, si dice “pronta a collaborare con la magistratura per individuare i responsabili”. La Procura ha aperto la terza inchiesta in 11 anni. E infatti il presidente della Regione Enrico Rossi è furibondo: “Voglio accertare le cause di questo disastro – ha detto – e poi, eventualmente, individuare i responsabili. Le prime notizie sono tali non solo da indignare ma anche da lasciare senza parole. L’argine non era imbrigliato come avrebbe dovuto essere, ed è stato costruito non secondo il progetto conforme”. Quindi, ha detto ancora, “credo di avere anche io il diritto di arrabbiarmi ed indignarmi un po’“. La Regione Toscana nominerà una commissione di inchiesta amministrativa che sarà composta dall’avvocatura regionale e ingegneri esperti in procedure di gara.