Alcuni ci credono ancora, sperano che il sogno delle auto made in Sicily torni a splendere di nuovo sul cielo plumbeo di Termini Imerese. Altri invece hanno perso ogni speranza: sembrano in attesa di qualcosa che sblocchi la loro situazione, ma in realtà sanno già che niente di nuovo si vede all’orizzonte. Sono gli oltre mille dipendenti dello stabilimento Fiat di Termini Imerese: sedotti dagli anni ’70 in poi dal sogno del Lingotto che in provincia di Palermo venne a costruire le piccole automobili Lancia e Fiat (dietro sostanzioso contributo della Regione Siciliana, che aveva il 40 per cento delle azioni della Sicilfiat), oggi si sentono abbandonati, in prima battuta dalla casa madre torinese, che dal novembre del 2011 ha fatto le valigie spegnendo un sogno lungo 40 anni, ma anche dagli ultimi quattro governi, abili finora ad inseguire soluzioni a metà tra il flop e il millantato credito.

“Vuole sapere come la penso? Le auto a Termini non si faranno più. È persino inutile immaginarlo”, dice Filippo Giunta, un tempo operaio della Fiat, oggi libraio a Termini. Giunta fu licenziato nel 1983, durante uno sciopero nazionale indetto per il contratto di lavoro: le manifestazioni erano in tutta Italia, ma l’azienda decise di colpire solo gli operai siciliani e cacciò proprio Giunta, considerato il più politicizzato dello stabilimento di Termini. Lui si candidò alle politiche con Democrazia Proletaria, andò perfino in tv accompagnato da Mario Capanna, finché il giudice del lavoro lo reintegrò. Nel 1987, però, la Cassazione diede ragione all’azienda e lui tornò a spasso: prima fece il fotografo e poi il libraio, sempre attento osservatore di tutto ciò che si muove intorno allo stabilimento di Termini e ai suoi ex colleghi operai. E oggi, quando sembra che anche Grifa, l’ultimo pretendente allo stabilimento siciliano, non abbia i soldi per far ripartire la produzione, Giunta non ha dubbi: “A Termini credo che non si tornerà più a produrre automobili” spiega a ilfattoquotidiano.it. “Si parla di Grifa che vuole produrre auto ibride: ma fare auto non è come produrre pentole, ci vuole un piano, una struttura, una professionalità. Senza contare che lo stabilimento non si rimette in moto in cinque minuti”. L’ultimo piano concordato parla di 350 milioni di euro, 250 dei quali li avrebbero messi Stato e Regione, per salvare le sorti di 700 operai in cassa integrazione dal novembre 2011 e trasformarli in produttori di auto ibride. “Gli operai stanno in attesa, ma credo che alla fine molti di loro, i più anziani, sanno bene che non arriverà nessuno: sperano di essere accompagnati alla pensione in qualche modo. Ma non lo ammetteranno mai”.

Qualcuno degli ex operai in effetti si trincera dietro parole di speranza. “Forse la storia di Grifa si sblocca, bisogna avere fiducia”, dicono, mentre la realtà è riscontrabile altrove. “Grifa? Sembra l’ennesimo flop: parole tante, fatti pochi, come succede ormai da tre anni”, sostiene invece qualcuno con un po’ meno speranza. A Termini chi si aspetta di trovare i bar affollati da ex operai in attesa che qualcuno gli salvi il destino rimarrà deluso: gli ex dipendenti dello stabilimento nei bar evitano persino di mettere piede. “La verità – continua Giunta – è che hanno ammazzato la Fiat e sta morendo anche tutto quello che c’è dietro”. Con la chiusura dello stabilimento e delle aziende dell’indotto, a catena hanno ridotto il loro bacino di affari anche tutta una serie di attività che semplicemente hanno risentito dell’azzeramento dei consumi degli ex operai: in breve tempo hanno abbassato la saracinesca negozi di giocattoli, di generi alimentari, di abbigliamento, ma anche le piccole aziende edili hanno dovuto chiudere o ridurre il personale. “Lavori di ristrutturazione a casa ? E come dovrei farli? Non compro una camicia o un paio di pantaloni da un bel po’: sono in mobilità, prendo 500 euro al mese quando arrivano, e quando devo fare spese obbligatorie cerco di risparmiare al massimo”, dice Salvatore Pirrone, ex dipendente di Bienne Sud, l’azienda dell’indotto Fiat che si occupava di verniciatura. “Io – racconta – prima facevo il muratore, poi dieci anni fa sono entrato in Bienne Sud e non le nascondo che con mille euro avevo fatto dei progetti: adesso devo disdire la mia polizza sulla vita”. Pirrone è uno degli operai che, facendo parte dell’indotto e non dello stabilimento principale, rischia di rimanere fuori dal possibile piano di salvataggio. “Siamo in mobilità fino a dicembre, poi si vedrà: speriamo che Grifa alla fine trovi i 100 milioni promessi. Non è bello stare in questa condizione, pesiamo sulle tasse degli altri. Speriamo si sblocchi qualcosa”. Alternative per investire quei 250 milioni e dare un posto di lavoro agli operai, nel caso in cui Grifa dovesse essere davvero un flop annunciato? “Bisognerebbe investire sul turismo – dice Pirrone – In caso contrario non sapremmo dove andare a sbattere la testa”.

@pipitone87