La sentenza di appello che assolve tutti gli imputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi procura rabbia e sdegno. Non perché non condanna quei singoli imputati – non mi permetto di dare giudizi tanto pesanti su nessuno fino a prova al di là di ogni ragionevole dubbio, e voglio credere nella buona fede dei magistrati che questa prova non l’abbiano trovata – ma perché mette nuovamente a nudo, per l’ennesima volta e sfacciatamente, una tara culturale italiana da aborrire: quella per cui le forze dell’ordine sono composte da cittadini posti di fatto al di fuori dagli obblighi dello Stato di diritto e ogni violenza che le coinvolge va spavaldamente protetta dalle istituzioni con un guscio omertoso e irridente nei confronti delle vittime e della società.

Sono passati cinque anni dalla morte di Stefano e oggi si manda all’aria la scacchiera dicendo che il gioco ricomincia da capo. Eppure non si trattava di un’indagine troppo difficile, non si trattava di un intrigo internazionale o di un delitto diabolicamente congegnato. Si tratta di un pestaggio consumato in spazi angusti e per definizione delimitati e all’interno dei quali abita un numero di persone delimitato. Che non si sia riusciti a trovare i colpevoli del pestaggio significa che non li si è voluti trovare.

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La sentenza di oggi ci dice che a pestare (e omettere soccorso) non sono state quelle persone. Certo non spererà di dirci che Stefano non è stato picchiato. L’Italia intera riderebbe. L’Italia intera che, per il coraggio dei famigliari, ha visto quelle foto. Un sindacato di polizia ha brindato dopo la sentenza, affermando che Cucchi era un drogato e che nessuno gli ha mai torto un capello. Se qualsiasi cittadino avesse affermato che Sara Scazzi è morta per essere inciampata in una buca di campagna sarebbe stato preso per scemo e ignorato, se cittadino qualsiasi, o si sarebbe sollevato un polverone, se cittadino illustre. Quel sindacato invece va al telegiornale come se pronunciasse frasi ragionevolmente pronunciabili.

E’ solo uno dei segnali culturali che ci mostrano quanto sia diversamente maneggiato un omicidio delle forze dell’ordine rispetto a un omicidio privato. Si sarebbe potuto pensare che, visto l’effetto enorme che il cosiddetto caso Cucchi ha avuto sull’opinione pubblica fin dall’inizio e vista la grande esposizione mediatica della sorella, le istituzioni avrebbero voluto trovare in fretta un colpevole. Perfino sommariamente, cosa contro la quale ci saremmo indignati tanto quanto contro questa assoluzione. Del caso Cucchi si è parlato sui media e nelle case private, la storia è stata presa a cuore da tantissime persone, Ilaria Cucchi è ormai un volto famoso. Ovviamente non sto dicendo che tutto questo dovrebbe far sì che la giustizia si impegni più che per un caso meno noto. Sto dicendo che, persino in un eventuale malcostume, la sfacciataggine dello spirito di corpo poliziesco ha tranquillamente la meglio sul desiderio di far bella figura dando un colpevole all’opinione pubblica.

Mi è capitato di trovarmi in pubbliche discussioni, pur con persone dotate di un pensiero aperto e con una tradizione democratica assolutamente spiccata alle spalle, nelle quali si discuteva di episodi di violenza avvenuti nelle carceri italiane per mano di agenti di polizia. Astraendosi dalla situazione, marchiata dall’abitudine a dare per scontato che non possa che essere così, era assurda la modalità con la quale venivano trattati questi episodi. Davanti a detenuti pestati brutalmente, ho sentito lodare i funzionari che, intuito l’accaduto, avevano trasferito prontamente i detenuti in questione. Che quei poliziotti potessero venire denunciati alla pubblica autorità – come sarebbe accaduto per qualsiasi altro cittadino se il proprio superiore avesse avuto intuizione di un loro aver commesso un reato classificato dagli ordinamenti internazionali quale un crimine contro l’umanità – non veniva in mente a nessuno.

Se fossi una sociologa di un’università’ di Saturno guarderei con stupore scientificamente interessato questo fenomeno. Ma sono una persona come tante, che avrebbe potuto essere un’amica di Stefano, e mi sento arrabbiata e sdegnata per questo atteggiamento culturale e per questa sentenza. Oggi Stefano Cucchi è morto di raffreddore, alla faccia di tutti gli italiani.