Il Movimento 5 Stelle ha, in queste ore, rilanciato la proposta di un referendum sull’Euro. Una semplice boutade, secondo alcuni, se non una vera e propria cretineria, una “sparata” da parte di chi ignora completamente il testo costituzionale.

Dall’Euro, infatti, l’Italia non potrebbe certo uscire tramite un “normale” referendum abrogativo: non soltanto l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. Né, occorre precisare, è possibile nel nostro ordinamento proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della Costituzione (articolo 132).

Come uscirne? Che senso ha, allora, la proposta di Grillo?

In realtà, come Grillo stesso ha indicato, l’idea sarebbe quella di una consultazione analoga a quella che si svolse nel 1989 per richiedere ai cittadini di pronunciarsi sull’affidamento, al Parlamento europeo, del mandato di redigere un progetto di Costituzione europea. Allora i partiti aggirarono il problema della mancata previsione, in Costituzione, di ipotesi di referendum consultivi in materia mediante l’approvazione di una legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2) con la quale fu indetto un “referendum di indirizzo” (il quale, peraltro, risultò un plebiscito a favore dell’Europa, con l’88% dei sì).

Fu necessaria, allora, una legge d’iniziativa popolare promossa dal Movimento Federalista Europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’iter necessario per le leggi costituzionali.

Se pur la Costituzione non prevede, nella sua lettera, un’ipotesi simile, nel 1989 i partiti furono allora concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo“) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente “in deroga” o “rottura” di quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo d’integrazione europea. Limitandosi semplicemente all’indizione di quella singola consultazione, la legge costituzionale non ha introdotto nel nostro ordinamento il referendum di indirizzo, il quale è per così dire, una volta svoltesi le operazioni di voto, «uscito dallo scenario costituzionale», facendo così svanire «la temporanea “rottura della Costituzione”».

Secondo il M5S, l’esperienza del 1989 dovrebbe oggi ripetersi, in quanto unica soluzione tecnicamente possibile – anche se in “deroga” alla Costituzione – per ritenere ammissibile un referendum attraverso il quale gli italiani possano esprimere il proprio giudizio sulla moneta unica.

È stato rimproverato al Movimento che l’iniziativa per un’uscita dall’Euro, più che attraverso un referendum di indirizzo non vincolante, potrebbe provenire unicamente dal Parlamento e dal governo, mediante un accordo tra i partiti diretto a chiedere al governo di negoziare con l’Europa la nostra uscita dalla moneta unica. L’obiezione, però, non coglie nel segno.

Il M5S è – perlomeno al momento – l’unica forza d’opposizione all’asse Pd – Forza Italia, l’unica forza che ha realmente espresso la necessità di un’uscita dall’Euro, l’unica forza che può condurre una battaglia politica seria e decisa su una questione come questa. È evidente che la linea del Governo sia un’altra, diametralmente opposta: subordinazione della politica italiana alla linea monetaria ed economica dell’Europa, stretta dipendenza dalla Germania, il tutto mitigato da qualche slogan sulla necessità di passare “dall’austerità alla crescita”. Non possiamo aspettarci alcuna iniziativa da parte del Governo. Per questo il M5S tenterà la strada del progetto di legge popolare e del referendum, anche se semplicemente consultivo o d’indirizzo: per coinvolgere direttamente i cittadini, per chiedere la loro partecipazione attiva, per far vedere a questo Governo cosa vogliono davvero gli italiani.

Eppure, la proposta non sembra considerare una serie di problemi, che rischiano di pregiudicare l’iniziativa.

Anzitutto, la proposta di un progetto di legge d’iniziativa popolare è soltanto l’inizio di un procedimento che richiederebbe, in ogni caso, l’adozione di una legge costituzionale, come nel 1989, per la quale – come dispone la Costituzione – occorrerebbero due distinte deliberazioni da parte di ciascun ramo del Parlamento e, in seconda votazione, una maggioranza assoluta. Ma – se l’attuale Parlamento italiano è retto da un’alleanza tra Pd e Pdl – chi dovrebbe votarla quella proposta di legge costituzionale? Quanti voti potrebbe prendere? Ha il M5S attualmente la forza per poter proporre seriamente un tale referendum?

Insomma: la raccolta delle firme non rischia di cadere nel nulla?

Secondo problema: anche ammesso che le forze politiche della maggioranza accettassero di promuovere il referendum, esse non sarebbero in ogni caso vincolate al suo risultato. Che si tratti di referendum consultivo o di indirizzo (ossia un referendum preventivo, che «si ha quando il corpo elettorale si pronuncia in via preliminare su un principio o su una proposta formulata in termini molto generali, i quali dovranno avere attuazione da parte del Parlamento») , esso, come quello del 1989, non potrebbe che avere efficacia non vincolante. Come assicurare che le forze politiche, dopo il voto, si impegnino per far uscire l’Italia dall’Euro?

Infine: anche “passare” un referendum consultivo atipico – con l’impegno delle forze politiche di vincolarsi al voto espresso dagli italiani – come si svolgerebbe? In che clima si andrebbe a votare? Appare evidente che, in una situazione politica come quella attuale, un’intensa campagna mediatica sarebbe sufficiente ad influenzare larghi strati della popolazione, convincendoli a schierarsi a favore dell’Europa, dell’Euro, a quella retorica del “disastro irreparabile” che l’uscita dalla moneta unica provocherebbe. E non solo: è ragionevole ipotizzare che, alla notizia di un referendum sull’Euro, i mercati finanziari reagirebbero con quei meccanismi di “attacco” che abbiamo già imparato a conoscere negli ultimi anni.

E quindi? Forse dovremmo cercare una diversa soluzione. La linea del M5S ormai è stata, finalmente, definita: uscire dall’Euro, come ha detto Grillo nei giorni scorsi. Se tale è la linea, se la decisione è presa, allora non occorrono più consultazioni: bisogna attuarla. In questo senso, se il M5S intende davvero vincolare il Governo attraverso un referendum popolare, perché – anziché passare per una raccolta firme per un progetto di legge che rischia di rimanere in un cassetto – non propone direttamente in Parlamento una legge di modifica della Costituzione che introduca il referendum abrogativo in materia di moneta unica? Perché, ancora, non proporre l’uscita dai Trattati secondo la Convenzione di Vienna?

Certo, il M5S punta soprattutto sull’iniziativa popolare per aprire una discussione pubblica su un tema tabù, su un punto considerato “intoccabile” dalle forze politiche di maggioranza e dalle elites finanziarie del Paese. Ed allora altre forze potrebbero aggiungersi al Movimento, altri potrebbero portare avanti la battaglia con loro. Ma abbiamo bisogno anche dell’altra strategia: combattere già da ora in Parlamento per imporre nel dibattito tutte le possibili soluzioni politiche per un’uscita dalla moneta unica. Non bisogna più perdersi nelle discussioni sulla possibilità o meno di fare un referendum. Tutto può essere fatto. Il problema non è la Costituzione – che si può sempre modificare, almeno su questi punti –, il problema è la battaglia politica.