Lo si ama per il suo carattere nervoso, si distingue per un fascino eccitante, sa imporsi nella sua oscura, accattivante ritualità. Ma come spesso accade a ciò che tutti conoscono, anche il caffè si trova spesso dimenticato nelle origini, nella storia e negli aneddoti che hanno contribuito alla creazione di un mito. La sua più grande qualità è stata resa nota subito, fin dal nome: quello arabo di “qahwa” (eccitante), dato dai mercanti che intorno all’anno mille riportarono dall’Africa questo prodotto poi chiamato in turco “kahve”… diventato poi il caffè diffuso dai mercanti veneziani sul fare del 17° secolo come “vino d’Arabia”. Ma in virtù di queste origini, la bevanda che corrisponde alla mattutina preghiera quotidiana del 65% dei suoi consumatori (su una media mondiale di oltre 4 miliardi di tazzine consumate ogni giorno) di sacro non aveva proprio nulla: anzi, per quella pericolosa eccitazione provocata, la “bevanda del diavolo” venne inizialmente relegata più alle taverne che alle tavole altolocate. Come proseguire il suo viaggio verso la notorietà? Semplice, puntando direttamente ai vertici. Una prima approvazione venne, infatti, data proprio da papa Clemente VIII che, incuriosito da questo liquido malefico perché musulmano, si pronunciò dicendo che il peccato sarebbe stato più lasciare una bevanda così buona agli infedeli… e che la bevanda di Satana andava battezzata. Proprio Venezia fu la città italiana a vedere l’apertura del primo “caffè”, probabilmente in virtù del commercio esistente (si dice intorno al 1640); mentre se il primo Cafè Procope parigino divenne il tempio dei più noti letterati del tempo, fu forse perché nel 1669 un ambasciatore del sultano Mehmet IV lo offrì a Louis XIV che, deliziato, lo fece subito inserire nelle coltivazioni del Jardin du Roi.

Si potrebbe dire che il resto è storia: ma per approfondirla un po’, è bene iniziare a suon di musica pensando a come persino Bach, nel 1732, abbia composto una meno conosciuta Coffee Cantata dedicata proprio al dolce gusto del caffè (ad ascoltarla, più dolce persino del moscato). Una piccola ossessione musicale condivisa anche da Beethoven che, ogni mattina, non poteva fare a meno del suo caffè preparato con esattamente 60 grani: non più, non meno. I nazionalisti potrebbero invece notare come Giuseppe Verdi lo definisse balsamo per il cuore e per lo spirito, anche se in cima a chi oggi potrebbe essere definito decisamente “addicted” risiede sempre Honoré de Balzac: il re dei romanzieri di Francia viene spesso citato per le sue (si dice) 50 tazze quotidiane, tanto amate da averlo portato fino alla stesura di un piccolo Trattato sul caffè (compreso in un più esteso Trattato sugli eccitanti moderni) come appendice a un’edizione della “Fisiologia del gusto” del gastronomo Brillat-Savarin.

Balzac stesso spiegò molto chiaramente come il nero caffè potesse rendere ben chiare le idee di qualsiasi bevitore: “I ricordi arrivano a passo di carica e insegne spiegate; la cavalleria leggera del paragone parte al galoppo; l’artiglieria della logica accorre con treni e carrozze; lo spirito arriva in gran tiro; le figure si alzano e la carta si copre d’inchiostro…”. Una passione che alimentò una celebre Comedie Humaine scritta ma non certo la sua, considerando come lo scrittore morì di crisi cardiaca a soli 51 anni. Un’ingiustizia, considerando come Voltaire avesse consumato quasi la medesima quantità di caffè unito a cioccolato arrivando indenne alla soglia degli ottant’anni.

A preferirlo dolce era anche il filosofo Søren Kierkegaard, che lo versava bollente su una piramide di zucchero in una delle sue 50 tazze, scelta (con spiegazione filosofica) dalla sua segretaria, mentre persino il celebre regista David Lynch non ha mai nascosto l’amore dimostrato per un lungo periodo verso 4-8 tazze quotidiane con molto zucchero, accompagnate da un milk-shake al cioccolato: un picco glicemico a prova di creatività, portato fino alla creazione della sua personale miscela di caffè organico. Guardando al passato (e in versione liofilizzata), al chimico nippo-americano Satori Kato si deve invece l’invenzione del caffè istantaneo nel 1881, mentre una proposta tutta contemporanea e salutista lo vuole non tostato e inondato d’acqua bollente (in grani o in bustina proprio come un the), per scatenare il valore snellente e stimolante del più genuino e non trattato caffè verde. Beata gioventù.