Un’Opera Ubiqua, dove spazio e tempo si moltiplicano, Lo Schiaccianoci si fonde con Pagliacci, Hoffman e Čajkovskij dialogano con Leoncavallo: è La Giostra, presentata nel borgo di Lari (Pisa) a chiusura del Collinarea Festival. Dopo il successo della Tosca d’essai dello scorso anno, la nuova produzione di Sartoria Caronte coinvolge un centinaio di persone in uno spettacolo dislocato di opera, musica pop sperimentale, teatro e danza su tre palchi interlacciati dallo strumento tecnologico Connessioni. Ne parliamo con Loris Seghizzi, che con Mirco Mencacci è fondatore di Sartoria Caronte e direttore di Collinarea.
Seghizzi, dove origina L’Opera Ubiqua La Giostra?
Veniamo da quattro anni in cui abbiamo lavorato su Puccini, nelle trasposizioni di Butterfly, Turandot, Bohème e Tosca. Lo schema era lo stesso: tenere alcune parti originali dell’opera interpretate dai cantanti lirici, trasportare in prosa il libretto, scegliere musiche, canzoni di autori (per Butterfly i CSI, per Turandot Battiato) i cui testi e il timbro si incastrassero bene con la drammaturgia, il tutto su due location. C’era bisogno di un cambiamento della struttura, dettato anche dall’inserimento della terza location.
Un format ubiquo.
Permette di contaminare e distinguere allo stesso tempo elementi, anche drammaturgici, o storici, molto lontani. Mi piaceva l’idea di palesare il valore dell’elemento tecnologico, per connettere una delle prime opere veriste, quale Pagliacci, al racconto fantastico, fiabesco di Hoffmann.
Come si colloca La Giostra nel percorso di Sartoria Caronte?
Sartoria Caronte implementa progetti di formazione, produzione e metodo che si fondano sul riconoscimento, la memoria e il coinvolgimento del territorio e dei suoi abitanti. Mio padre, già negli anni Cinquanta, portava in scena interi paesi, l’Opera Ubiqua è il sunto di tutti i percorsi di Sartoria Caronte. In scena ci sono allievi e persone che nella vita fanno altro, affiancati in tutti i reparti da professionisti dello spettacolo.
Qual è oggi il senso dell’ubiquità, già prerogativa divina?
Mi piace concentrarmi su elementi apparentemente lontani: dalla distanza nasce il conflitto e, quindi, il teatro. La mia ricerca si fonda sulla vita, l’attore, il personaggio. È questa struttura drammaturgica che mi permette di esplorare il confine tra realtà e finzione, non solo attraverso il concetto di meta, ma anche di meta nel meta, fino a mettere continuamente in discussione ciò che è reale e ciò che è rappresentazione. L’ubiquità, a teatro, è uno strumento che ci avvicina ulteriormente alla realtà. Può sembrare un paradosso, perché utilizza la tecnologia, ma produce un’esperienza ancora più concreta. Un esempio semplice è la scenografia. Su un palcoscenico tradizionale il mondo cambia davanti ai tuoi occhi mentre tu rimani fermo. Con l’Opera Ubiqua, invece, sei tu a entrare in quel mondo. Lo raggiungi fisicamente, senza uscire dalla storia e senza che la storia debba fermarsi per aspettarti. È una differenza sostanziale: non osservi soltanto uno spazio, lo attraversi.
Che accade in quest’ultimo spettacolo?
Incontriamo una compagnia di giro che arriva in un paese, seguendo fedelmente il soggetto di Leoncavallo, ispirato a una vicenda realmente accaduta. Quella compagnia entra davvero nella piazza del paese e si ferma sotto un castello reale che, quasi naturalmente, richiama l’immaginario dello Schiaccianoci. È lì che il confine tra realtà, teatro e immaginazione diventa sottilissimo. Ed è proprio quel confine il luogo che più mi interessa esplorare.
Ci si muove su tre piani.
Piano 0 — La realtà. La vita quotidiana. Piano 1 — Il teatro. Finzione consapevole, luogo dell’immaginazione attiva. Piano 2 — Il virtuale / magico. Il mondo del videogioco tratto da Hoffmann, spettacolare ma programmato. Safi (che nel sogno diventa Marie) è intrappolata in un immaginario che non controlla più. Il videogioco le offre mondi già costruiti. Il sogno la trascina dove vuole. Il teatro non la salva: le restituisce uno spazio in cui può tornare a immaginare liberamente. I Pagliacci non combattono il Re dei Topi, offrono a Safi gli strumenti con cui costruire la propria uscita dal labirinto. Alla fine, non è il teatro a vincere sul videogioco. Vince l’immaginazione, quando torna a essere una scelta.
Perché la crasi di Schiaccianoci e Pagliacci?
Una fiaba che immagino perfetta per diventare un videogioco contemporaneo e una storia antica nata da un fatto veramente accaduto. Niente di più distante e per questo stimolante per una ricerca che parte sempre e comunque dal conflitto. In questo caso, è il conflitto interiore, il mio, di un padre che è nato in teatro, cresciuto dietro le quinte e in scena, e ha tre figli di 12, 10 e 4 anni. Ecco che La Giostra è anche una sorta di chiamata – soprattutto ai giovani – a tornare a teatro.
Il Re dei Topi oggi chi è?
Il Re dei Topi è il mostro che non riusciamo ad affrontare. È la grande paura con i suoi figli, una paura meschina, perché nascosta, capace di trasformarsi.
Questa arte dal basso, questo teatro ubiquo, versatile, partecipato quale accesso culturale si pone?
Forse presuntuosamente pensiamo di creare un modello, sperando che sia replicato altrove. Il teatro, lo spettacolo, la cultura non possono viaggiare da soli, perché parte del tessuto sociale: sono uno strumento di partecipazione e devono tornare a essere partecipati.
Il contributo tecnologico al raggiungimento dell’intesa ubiquità è fondamentale: non porta però con sé il rischio della deumanizzazione?
La tecnologia è al servizio dello spettacolo per offrire l’ubiquità, ma non deve mai opprimere l’artista in carne ed ossa. Scorre una profonda umanità nel progetto, data dagli interpreti professionisti e non.
Quale è il futuro de La Giostra?
Sogno sempre di replicare altrove, pur sapendo che è complicato. Di tutti gli spettacoli ubiqui fino a qui prodotti ho sempre scritto una versione da palco unico, La Giostra però ha aperto nuove idee per il futuro, è arrivato il momento che altre compagnie lavorino nell’ubiquità con Connessioni.