E pensare che nemmeno due anni fa Michela Vittoria Brambilla parlava con ostentato orgoglio di un’azienda “sana e florida”. Eppure nei numeri dei bilanci c’erano già i segni di una grave crisi che ora ha avuto il suo epilogo: il tribunale di Lecco ha dichiarato il fallimento delle Trafilerie della famiglia dell’ex ministro. Troppo elevato l’indebitamento, con insolvenze per diversi milioni di euro, per continuare a dare una speranza ai 73 lavoratori rimasti. Loro, i cancelli dello storico stabilimento di Calolziocorte che produceva fili di acciaio, non lo varcavano ormai da quasi un anno, da quando erano finiti tutti in cassa integrazione, operai e impiegati.

Da mesi le bandiere dei sindacati metalmeccanici sventolavano fuori dalle Trafilerie Brambilla, fondate nel 1920 da Giuseppe, bisnonno di Michela Vittoria. “Sin da bambina vivo questo stabilimento – amava ricordare lei -. I nostri collaboratori, i nostri operai, i nostri impiegati sono la nostra forza”. Lavoratori ormai a casa da un pezzo, ma fiduciosi che la procedura di concordato preventivo potesse portare alla salvezza dell’azienda. Impresa ardua a dire il vero, visto che nel 2012 le perdite sfioravano i 17 milioni di euro. Lo scorso aprile il tribunale di Lecco aveva avviato una procedura concorsuale e l’industriale turco Aylin Dogan aveva presentato una proposta d’acquisto, imponendo condizioni piuttosto pesanti: riduzione del personale a una cinquantina di unità e tagli del 40% sugli stipendi. Alla fine l’intesa con i sindacati era arrivata lo stesso: una 20 di lavoratori avrebbero rinunciato al posto in cambio di un incentivo. Tutto inutile, però: lunedì scorso è giunta la sentenza dei giudici. Tra le cause del fallimento, oltre all’indebitamento eccessivo, c’è stato secondo Wolfgango Pirelli, segretario generale della Cgil di Lecco, “il mancato assenso della società di leasing sui capannoni che la famiglia avrebbe dovuto trasferire ai turchi”.

Nessun risultato concreto è dunque uscito dal tavolo delle trattative attorno a cui si erano seduti i sindacati, l’imprenditore turco e l’azienda dell’ex ministro. Una tramonto, quello delle Trafilerie Brambilla, che è andato di pari passo con il calare del peso politico della rossa di Calolziocorte. È lontano quel 2010 in cui l’azienda aveva potuto contare su sovvenzioni da un milione, di cui 450mila euro a fondo perduto, da parte della regione. Lontano il periodo dei crediti facili ottenuti dalla Bpm di Massimo Ponzellini. Ormai le cose erano cambiate, difficile resistere alla crisi. Quel che resta è in mano al commissario giudiziario Luigi Bolis, che dovrà valutare l’offerta di Dogan, l’unico acquirente tuttora in pista. A vendere però non saranno più i Brambilla, ma il tribunale di Lecco, che dovrà poi rimborsare il più possibile i creditori della famiglia dell’ex ministro. E gli operai? Per ora la speranza è che una nuova procedura di cassa integrazione venga attivata il prima possibile. Poi si vedrà.

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