Il tentativo, fino all’ultimo, sarà quello di cercare una sintesi in un documento unitario che eviti al Pd una spaccatura troppo profonda, su un tema così sensibile come il lavoro e l’articolo 18, da portare inevitabilmente ad una scissione. E’ solo che al Senato, scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti sulla legge delega al governo (jobs act) che si comincerà a votare da martedì prossimo, i numeri hanno portato a galla un divario ben più profondo del previsto dentro il Nazareno. E spalmato oltre le correnti interne. A conti fatti, secondo quanto raccontava a Palazzo Madama Miguel Gotor, i senatori “contro” la legge delega così com’è stata scritta, sono circa 40. Un numero che si evince dalla conta delle firme che campeggiano sotto i principali emendamenti presentati dai democratici, ma c’è chi sospetta che possa anche essere corretta al rialzo al momento del voto.

Ora, considerando che la maggioranza, in Senato e con l’esclusione dei senatori a vita, è di 158, se al governo mancassero davvero 40 voti, l’apporto di Forza Italia diventerebbe determinante. Una “profezia” fatta, nei giorni scorsi da Cesare Damiano (”Se i voti di Forza Italia dovessero diventare determinanti, ci sarebbero conseguenze politiche”) e basata su un’altra frase di Matteo Renzi che aveva assicurato, battezzando solo una settimana fa la nuova direzione e parlando in generale di riforme, che “i voti di forza Italia non ci serviranno, altrimenti sarebbe un problema”. Un “problema” che si chiamerebbe voto anticipato a cui Renzi, secondo molti osservatori di Palazzo, starebbe già lavorando, ma che incontrerebbe – come da tradizione, ormai – il veto di Napolitano. “E’ vero che Renzi ha sempre detto che le riforme si fanno tutti insieme – ironizzava il senatore Pd Corradino Mineo – ma in questo caso rischia di farle solo con Forza Italia; io la delega, così com’è, non la voto”. E, di seguito, la pietra tombale posta da Pippo Civati: “Sull’articolo 18 il finale non è scritto – ha commentato, in un’intervista al fattoquotidiano.it – spero che nel Pd prevalga lo spirito unitario da parte di tutti, ma sul merito, se c’e’ una convergenza possibile, e c’e’, la si scelga. Se invece si vuol fare uno spot verso l’Europa, o verso Confindustria, o verso chissà chi, e magari andare a votare, non è la mia disciplina e a quel punto il mio voto non ci sarà. Se qualche parlamentare del Pd non dovesse votare la legge delega si andrebbe in Commissione di garanzia, se sono tanti parlamentari e si arriva al voto favorevole di Forza Italia, si deve andare dal Presidente della Repubblica”.

Al momento, i numeri parlano chiaro: senza 40 voti Pd, Renzi avrà inevitabilmente bisogno di Forza Italia per tenere in piedi il governo, soprattutto se – come si sibilava ieri nei corridoi del Senato – alla fine dovrà porre la questione di fiducia per far decadere le sette modifiche proposte dalla minoranza Pd che troverebbero sponda non solo in Sel e nel gruppo misto (anche il Psi è d’accordo) e tra i 5 Stelle (sia ex che in servizio effettivo). Al ritorno dagli Stati Uniti, insomma, Renzi corre il rischio di trovarsi davanti ad un partito lacerato, ad un passo dalla scissione e una maggioranza al Senato tutta da verificare. Il tutto, mentre ieri al Senato si ricordavano, come un mantra le sue parole di qualche giorno fa: “Si va al voto solo se non si fanno le riforme”.

“Quello che sta avvenendo con la presentazione di emendamenti ‘a nome’ della minoranza è un’altra cosa e rende più difficile fare una discussione libera e trovare una sintesi più condivisa possibile – ha commentato, non senza amarezza, la vicepresidente della Camera Pd, Marina Sereni – spero che non tutte le minoranze si riconoscano in questo comportamento e si lavori nelle prossime ore a ripristinare un clima meno conflittuale, in cui il merito dei singoli punti in discussione conti di piu’ del gioco dei posizionamenti. I cittadini, e soprattutto i nostri elettori, si aspettano che i parlamentari del Pd aiutino il governo Renzi a fare le riforme – conclude – non a ostacolarle”. Ma 40 sono già in fuga. E non sembrano disposti a tornare indietro con in tasca il solito “compromesso al ribasso” rispetto alla loro storia politica e personale “solo per salvare Renzi e un governo che fa riforme che piacciono solo alla destra”.