C’era un tempo in cui i popoli del Mediterraneo parlavano tra loro una lingua comune. Era il sabir, un linguaggio creato dai marinai che mescolava veneziano e arabo, genovese e catalano, greco e francese. Qualunque fosse la provenienza della nave, ovunque fosse la sua destinazione la lingua del mare era la stessa.

Oggi il Mediterraneo è un mare senza più parole, dopo la tragedia di Lampedusa del 2013 ancora decine di persone perdono la vita quasi quotidianamente nelle acque che separano l’Europa dall’Africa, nelle ultime settimane sarebbero state addirittura ottocento. Persone morte nel tentativo di fuggire dal loro continente martoriato dalle guerre alla ricerca di una nuova vita che comincia per molti da Lampedusa. E dal 1988 si stima che oltre 21mila persone siano annegate nella traversata verso la Fortezza Europa. Layla ha sedici anni e da pochi giorni ha iniziato la terza superiore a Ravenna, la città in cui vive da ormai molto tempo. È giovane, ma in gamba, si vede che la vita le ha insegnato molte cose che i suoi compagni di classe non potranno mai comprendere. Forse è anche per questo che nessuno dei suoi compagni conosce la sua storia. La storia di come è arrivata qui e che lei non ha mai confessato per timore dei loro giudizi.

Layla ha attraversato quel mare gelido e profondo quando aveva appena dieci anni, accompagnata solo dalla cugina poco più grande di lei. La famiglia non aveva i soldi per partire tutti insieme e le altre sorelle erano ancora troppo piccole.

«Era il 2008 ed eravamo in mare da diversi giorni. Avevamo fame e freddo. Lo scafista ci aveva abbandonato in mare ed era fuggito, eravamo in preda alle onde. Non riesco a ricostruire i dettagli del viaggio, ero molto piccola, ricordo che avevo una gran paura e che a un certo punto lo scafo ha iniziato a imbarcare acqua e tutti erano spaventati e gridavano. La notte era un gran freddo, siamo stati due giorni interi in preda alle correnti, poi una nave da trasporto ci ha incrociato in mare e ci ha caricato. Pensavo che sarei morta. Solo quando ho toccato terra ho capito che mi ero salvata. Non credevo ci sarei riuscita, è stata una gioia immensa».

Da sei anni Layla vive in Italia, ha ottimi voti a scuola e sogna di studiare Medicina. Dice di essere musulmana, ma porta i lunghi capelli neri sciolti sulle spalle. «In Italia non si può essere musulmani come lo si è nel mio paese, qui le persone hanno un modo di vivere diverso, lì tutta la comunità segue l’Islam ed è più facile, qui non sarebbe la stessa cosa, ma mi considero ugualmente musulmana».

Quando parla dell’Italia ricorda i due momenti più felici della sua esperienza: il primo è stato quando ha toccato la terra ferma, e ha capito di essere sopravvissuta. Il secondo è stato quando ha incontrato, l’anno scorso, la famiglia che oggi l’ha in affido. «Non è facile trovare due genitori affidatari quando non si è più dei bambini piccoli, loro sono persone speciali e so di essere stata molto fortunata a incontrarli». Dopo anni difficili oggi ha molti amici e una vita serena, ma porta dentro di sé questo grande segreto. Layla ha deciso di non raccontare a nessuno come è arrivata in Italia fino a oggi: «Non l’ho mai detto con i miei amici, neanche i più stretti, perché ho paura di quello che penserebbero di me. Spesso li sento parlare degli sbarchi con disprezzo, scherzano su quello che accade, e io non riesco a dire niente. Non so cosa penserebbero di me se sapessero che ero anche io sono stata una clandestina su quei barconi».

Oggi Layla vive in un paese che era per lei straniero, «non sapevo niente dell’Italia, mia madre mi disse che qui avrei avuto un futuro migliore. Quando partii non immaginavo che non li avrei rivisti per così tanto tempo». Da quando aveva dieci anni Layla non ha più riabbracciato i suoi genitori, passarono due settimane prima che potesse chiamare a casa e dirgli che era viva, che c’era riuscita, che era sopravvissuta al viaggio. «All’inizio l’Italia fu un incubo, il centro di Lampedusa è un posto che non auguro di vedere a nessuno». Poi i Cpt, alloggi di fortuna e infine finalmente una famiglia vera. Ha dovuto affrontare brutti momenti, ma «credo ne sia valsa la pena». Con il tempo sta finalmente trovando anche persone a cui può raccontare la sua storia, senza doversene vergognare. Perché anche se nessuno parla più quella antica lingua del mare chiamata sabir, forse qualcuno riesce ancora a comprenderla. 

Disegno realizzato da Gianluca Costantini