Gli studenti si sono iscritti, i professori hanno preparato i programmi, l’anno scolastico è iniziato. Ma i nuovi corsi di liceo in 4 anni sono illegali. Il Tar del Lazio ha bocciato in maniera netta la sperimentazione voluta dall’ex ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, e adesso scuole e dicastero si trovano di fronte ad un bivio: andare avanti, confidando nel ricorso, oppure fare retromarcia? “Noi vorremmo proseguire – spiega Nadia Catanneo, preside dell’Ite “Enrico Tosi” di Busto Arsizio, uno degli istituti coinvolti – ma l’ultima parola spetta al Ministero”. Tutto parte nel novembre del 2013, quando il Miur ha autorizzato la sperimentazione anche nella scuola pubblica, dopo aver dato il via libera per quella paritaria.

Sono quattro gli istituti interessati: oltre a quello di Busto Arsizio, il liceo ginnasio statale “Quinto Orazio Flacco” di Bari, l’Iss “Ettore Maiorana di Brindisi” e l’Is “Carlo Anti” di Verona. Un provvedimento nato per trovare una soluzione all’annosa questione dell’accorciamento del percorso di studi, che in Italia dura complessivamente un anno in più che nella maggior parte del resto d’Europa. Sul tema avevano avanzato ipotesi già Letizia Moratti e Francesco Profumo, prima che la Carrozza proponesse l’accorciamento della scuola superiore di secondo grado. Chi l’ha sostituita in viale Trastevere, Stefania Giannini, si era mostrata più prudente, esprimendo all’inizio del suo mandato la necessità di un “doveroso approfondimento”. Ma il liceo in quattro anni restava nei piani del Ministero, se è vero che – pur non trovando (ancora) spazio nella riforma -, è inserito nel questionario della grande consultazione online lanciata dal governo. Adesso però il Tar rimescola completamente le carte in gioco. La sentenza è molto dura: la sperimentazione viene respinta per un vizio formale, la mancata consultazione del Consiglio superiore della pubblica istruzione (organo il cui parere è obbligatorio, ma in questo momento dev’essere riformato).

Anche sul piano sostanziale, però, i magistrati esprimono molte riserve sul provvedimento: la motivazione di adeguamento agli standard europei viene giudicata “superficiale e insufficiente”; così come viene sottolineata “l’assenza di una chiara specificazione circa il valore legale del titolo di studio” e la “sperequazione rispetto a coloro che effettuano il corso quinquennale”. Abbastanza per temere che la sperimentazione sia morta sul nascere, almeno in questa forma. Il Tar ha dunque accolto in pieno il ricorso presentato dalla Flc Cgil, spinta dai timori di discriminazioni tra gli studenti, ma soprattutto di tagli massicci al personale della scuola: l’eliminazione di un anno di corso avrebbe come ovvia conseguenza la diminuzione delle cattedre disponibili. Secondo i calcoli del sindacato Anief, a regime il liceo in quattro anni provocherebbe una perdita di 40mila posti (e risparmi per le casse pubbliche di circa un miliardo e 300 milioni di euro). La proiezione è stata smentita dalle scuole interessate (“Non c’è stato nessun taglio”, spiegano da Brindisi), ma i sindacati insistono. “Se si vuole discutere di riordino dei cicli siamo pronti. Ma il governo come unico obiettivo ha quello di tagliare organici e risorse, per questo siamo intervenuti”, spiega il segretario della Cgil scuola, Domenico Pantaleo. E il risultato è stato l’annullamento dei decreti ministeriali che autorizzavano la sperimentazione. Così i corsi, che intanto sono partiti, sono scoperti normativamente. Situazione che ha colto alla sprovvista i dirigenti scolastici degli istituti. “L’attività didattica ormai è cominciata. Noi ci siamo preparati per mesi e lo abbiamo fatto molto bene. Adesso non possiamo che andare avanti”, afferma la preside Cattaneo. Anche il Miur la pensa così. Al momento una rinuncia alla sperimentazione sembra improbabile: il Ministero tirerà dritto, e farà ricorso al Consiglio di Stato. In caso di parere contrario, però, il quadro si aggraverebbe ulteriormente. “Ci vorrebbe un intervento per sanare la situazione”, spiega Giuliano Salvatore, che dirige l’istituto tecnico di Brindisi. Un nuovo decreto che superi le obiezioni sollevate, o proprio l’adeguamento a cinque anni dei corsi. Ma più passa il tempo, più la riconversione diventerebbe complicata. In ballo ci sono gli studi di circa duecento ragazzi in tutta Italia.