In questo blog uno dei temi ricorrenti che abbiamo discusso sotto varie angolazioni è stato quello delle previsioni nelle scienze naturali e in economia (vedi qui, qui, qui, qui e qui) e in particolare, in questo ultimo caso, del loro miserevole fallimento (per chiarire mi sto riferendo a quello che dicono gli economisti mainstream neoclassici, è anche ben noto che molti economisti cosiddetti eterodossi hanno gli strumenti concettuali appropriati per affrontare il problema nella corretta prospettiva e dunque sono stati capaci di effettuare previsioni non smentite dai dati). L’altro giorno Paul Krugman, che ha ricevuto il Premio in Scienze Economiche della Banca di Svezia in memoria di Alfred Nobel,  ha scritto un articolo dal titolo “La disfatta degli economisti”. Krugman, oltre a mettere il dito nella piaga della “disfatta intellettuale” dell’economia neoclassica, scrive “quasi nessuno ha pronosticato la crisi del 2008, ma probabilmente è un errore scusabile in un mondo complesso. La responsabilità più schiacciante va alla convinzione ampiamente diffusa allora tra gli economisti che una crisi del genere non potesse verificarsi”. 

Mentre la prima parte del suo ragionamento è completamente condivisibile (la disfatta intellettuale) sulla seconda parte vorrei aggiungere qualche considerazione – rimando per una discussione più approfondita al libro di Mark Buchanan Previsioni: cosa la fisica, la meteorologia e le scienze naturali possono insegnarci sull’economia (su questo libro, di prossima pubblicazione in italiano, ritorneremo a breve). Il punto critico non è “il mondo complesso” ma il fatto che i mercati finanziari non raggiungono mai una situazione di equilibrio stabile e dunque una qualsiasi perturbazione, intrinseca ai mercati stessi, può innescare un processo a valanga più o meno grande che si può osservare non solo nel caso di eventi eccezionali come la crisi del 2008, ma tutti i giorni nelle fluttuazioni dei mercati finanziari. Già all’inizio degli anni Sessanta il matematico Benoit Mandelbrot condusse uno studio fondamentale sui cambiamenti del prezzo del cotone, concludendo che le fluttuazioni più grandi sono più rare delle piccole, ma che c’è una sorta di memoria (correlazione) a lungo termine in queste variazioni (come nel caso dei terremoti….). Studi più recenti hanno avvalorato queste conclusioni che mostrano l’instabilità dei mercati, la presenza di correlazioni a lungo raggio e la possibilità naturale di grandi fluttuazioni.

Questi risultati, generalmente ignorati dagli economisti neoclassici, mostrano che l’incapacità di prevedere, l’altra faccia della medaglia della convinzione che “una crisi del genere non potesse verificarsi” di cui parla Krugman, non è “un errore scusabile in un mondo complesso” quanto piuttosto un errore concettuale fondamentale: i mercati finanziari non tendono, nella realtà, a qualche tipo di equilibrio stabile  e le fluttuazioni non sono piccole perturbazioni che vengono assorbite da un sistema in equilibrio. Anzi, i mercati finanziari sono soggetti a un’intrinseca instabilità da cui deriva un comportamento caotico e intermittente, in cui piccole cause possono generare grandi variazioni. Per comprendere questo tipo di dinamica si deve abbandonare la rappresentazione in cui la risposta di un sistema è lineare (tanto metto, tanto prendo) e passare alla considerazione di sistemi intrinsecamente non-lineari in cui piccole cause possono comportare effetti enormi. Insomma, bisogna studiare  i sistemi caotici, non lineari e complessi (ovvero un secolo di storia nella fisica moderna). Alla luce di questi sviluppi concettuali apparirà superficiale, semplicistica e soprattutto sbagliata l’idea che “Se abbiamo imparato qualcosa dai passati 20 anni è che c’è parecchia stabilità incorporata nell’economia reale” (Robert Lucas 2008).  E sembrerà piuttosto inquietante il fatto che questa assunzione di equilibrio stabile, mai verificata nella realtà, sia  alla base della costruzione teorica dell’economia neoclassica e delle politiche degli ultimi venti anni in cui la retorica è stata guidata dall’accattivante ma fuori della realtà slogan “free markets do it better”. Questa, e non l’incapacità degli economisti quantitativi, è la disfatta intellettuale dell’economia neoclassica.