Davvero bisogna proclamare la “disfatta degli economisti”, come suggerisce il Nobel Paul Krugman nell’articolo ripreso ieri da Repubblica? Parlare male della categoria è facile: non hanno previsto la grande crisi, hanno sbagliato le ricette e sono prigionieri di ideologie liberiste fallimentari. Krugman descrive la categoria cui appartiene come prigioniera di una “repressione neoclassica” che impedisce a idee eterodosse di germogliare in teste formattate dal dogma del libero mercato. Ma è una caricatura, le cose sono più complesse.

Primo: nessuno aveva capito tutto, ma molti avevano capito tanto. La crisi dei mutui subprime era stata pronosticata in tutti i dettagli da Raghuram Rajan nel 2005, in una presentazione a Jackson Hole davanti a banchieri centrali e finanzieri. Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, poi derisi per aver sbagliato i conti sull’impatto delle misure di austerità, avevano spiegato che le crisi finanziarie, in particolare quelle che riguardano il debito sovrano, lasciano tracce più profonde di altri tipi di recessione come quelle dovute a choc energetici. Lo speculatore-filantropo George Soros ripete da tempo che il problema dell’Europa è la Germania e che non si può gestire la periferia dell’euro com’è stato fatto. Le idee, insomma, a cercarle, c’erano. Il problema semmai è che la politica ha scelto di applicare quelle sbagliate.

Il vero disastro lo hanno fatto gli economisti quantitativi, i previsori, quelli che cercano di tradurre in cifre il futuro. Il Fondo monetario e l’Ocse hanno sbagliato moltissimo e si sono scusati, ma tutte – proprio tutte – le previsioni sulla crescita e la ripresa si sono rivelate sballate. Due giorni fa l’Ocse ha detto che l’Italia nel 2014 sarà in recessione con un Pil a -0, 4 per cento, soltanto a giugno stimavano + 0, 5. È cambiato il mondo o avevano sbagliato i calcoli perché sono sbagliati i modelli di previsione? In sette anni di crisi gli economisti “previsori” hanno perso ogni credibilità. O sono gran pasticcioni, oppure i loro modelli si reggono su ipotesi sbagliate. Per esempio che debba arrivare una ripresa o che la crescita seguirà dinamiche diverse da quelle passate. Larry Summers ha aperto il dibattito sulla “stagnazione secolare” (senza nuove bolle speculative che sostituiscano quella del debito sovrano e dei mutui non si riparte), Jeremy Rifkin suggerisce che il Pil continuerà a scendere perché molte attività umane ormai hanno un costo marginale zero e sono scambiate gratuitamente o quasi (da WhatsApp a Wikipedia al car sharing).

Le cose non stanno come dice Krugman: gli economisti non sono stati sconfitti, stanno cercando di capire come è cambiato il mondo che devono spiegare. Chissà se ci riusciranno in tempo utile.

Il Fatto Quotidiano, 17 settembre 2014