Mentre i fari sono puntati sull’articolo 18, il governo Renzi prova a scardinare uno degli ultimi tabù sindacali, il divieto di demansionare un dipendente. Un emendamento del governo all’articolo 4 della delega sul lavoro depositato dall’esecutivo in commissione Lavoro al Senato prevede infatti la possibilità, finora impensabile, che un’azienda proceda al demansionamento di un dipendente in alcuni casi e con “limiti alla modifica dell’inquadramento“. L’emendamento prevede altresì che il governo sia delegato ad adottare uno o più decreti legislativi finalizzati anche a “una revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento”.

Una novità senz’altro ghiotta per le imprese dopo l’antipasto del contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio” per i neoassunti, anch’esso introdotto da un emendamento governativo all’articolo 4 sul riordino delle forme contrattuali che punta su questa nuova formula, inizialmente opzionale, per l’inserimento senza scadenza nel mondo del lavoro, i cui confini verranno definiti in un decreto delegato del governo che stabilirà i tempi di introduzione delle tutele che nel tempo dovrebbero essere incrementate fino a raggiungere gli stessi livelli degli attuali. Con questa formulazione, sostiene il relatore Maurizio Sacconi, la progressività della tutela non potrà che essere un indennizzo proporzionato all’anzianità di servizio, senza quindi il reintegro previsto dall’articolo 18 nei casi di licenziamenti illegittimi (resterebbe solo per quelli discriminatori).

Sul fronte dei contratti di consulenza e simili, invece, è stata prevista l’estensione del salario minimo ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co.), con l’introduzione del “compenso orario minimo“. Nei due o più decreti legislativi che il governo dovrà emanare entro sei mesi dalla data in vigore della legge delega, si legge nel testo dell’emendamento, è infatti prevista “l’introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché nei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano sociale”.

L’emendamento dell’esecutivo conferma poi un’altra delicatissima revisione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, quello del divieto di controllo a distanza dei dipendenti con impianti audiovisivi o altre apparecchiature che viene superato, aprendo all’utilizzo delle nuove tecnologie per la sorveglianza ed il tele-lavoro. Tutelando comunque “dignità e riservatezza” del lavoratore, è la promessa. Previsto, infine, il riordino anche dell’attività ispettiva, puntando alla “razionalizzazione e semplificazione” attraverso l’istituzione di “una Agenzia unica per le ispezioni del lavoro”, tramite l’integrazione “dei servizi ispettivi del ministero del lavoro e delle politiche sociali, dell’Inps e dell’Inail, prevedendo strumenti e forme di coordinamento con i servizi ispettivi delle Asl e delle Arpa”.

Il provvedimento del governo è frutto di un accordo di maggioranza che doveva superare l’articolo 18. Questa eventualità non è espressamente indicata nella delega e sarà quindi valutata dal governo. In pratica una mossa per evitare la possibilità paventata martedì dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi di un intervento legislativo d’urgenza qualora il Parlamento non avesse rispettato i tempi di approvazione del ddl. La commissione Lavoro del Senato riprenderà l’esame della delega sul lavoro, con la votazione dell’emendamento del governo, alle 9.00 di giovedì. La seduta prevista nel pomeriggio di mercoledì è stata sconvocata, a causa dei lavori dell’aula. Il via libera alla delega è previsto entro la settimana, e da martedì il provvedimento sarà all’esame dell’assemblea.

Intanto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, nel suo intervento al direttivo della confederazione ha avanzato una proposta sul mercato del lavoro e sullo Statuto dei lavoratori, finalizzata a riunificare il mondo del lavoro e ad allagare le tutele. L’obiettivo dell’iniziativa unitaria insieme a Cisl e Uil è quello di riunificare il mercato del lavoro in un’ottica di estensione delle tutele per i lavoratori precari. Il numero uno della Cgil ha quindi chiesto al direttivo di dare mandato alla segreteria di valutare iniziative di mobilitazione e di aprire un confronto con Cisl e Uil. La Fiom dal canto suo fa sapere che non ci sarebbero elementi di novità particolari, nel rapporto unitario, da giustificare un annullamento delle iniziative (manifestazione 25/10 e pacchetto otto ore sciopero) di mobilitazione già decise.

 “Noi vogliamo un mercato del lavoro più equo, dove tutti abbiano il giusto grado di opportunità e di tutele”, ha detto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti in una nota di commento all’emendamento nella quale si precisa che il governo lavora “per cambiare il mercato del lavoro; per renderlo, in tempi rapidi, più chiaro, semplice ed efficiente ed accrescerne, nel contempo, il tasso di equità e di inclusività”. Dal canto suo il leader del Fiom, Maurizio Landinia margine del direttivo nazionale della Cgil, ha spiegato che il problema non sono “le troppe tutele”. La questione sta nell’”innalzarle”. Ecco che il segretario generale della Fiom si dice “favorevole” alla proposta di contratto a tutele crescenti, inserite nel Jobs act, purchè si cancellino le altre forme di precarietà, inutili e assurde. Il leader delle tute blu della Cgil ha sottolineato poi come “anche il sindacato debba cambiare e io sono per il cambiamento” ma, ha avvertito, “invito Renzi a non accettare i ricatti della Bce”.