“Un western in Aspromonte”, sostiene il regista. Anche, ma certamente non solo vien da aggiungere dopo aver osservato e metabolizzato Anime nere, il terzo lungometraggio di Francesco Munzi, primo concorrente italiano in Mostra, dove oggi ha raccolto il consenso unanime della critica. Un film maturo, sofisticato e potente, di certo studiato a fondo come è nella consuetudine del cineasta romano, nato nel 1969 e al Lido per la seconda volta dopo l’esordio Saimir nel 2004. Anime nere è un viaggio nelle viscere nerissime di Africo, luogo tristemente noto dell’Aspromonte, ove si sopravvive ancora per faide famigliari, che consumano corpo e spirito dentro a vendette e logoranti giochi di potere.

Si ispira liberamente al romanzo omonimo di Gioacchino Criaco (Rubettino Editore), aspromontino e dunque lettore della Calabria dal di dentro, e nasce dal soggetto e sceneggiatura dello stesso Munzi in collaborazione con il compianto Fabrizio Ruggirello e Maurizio Braucci. “Ho sentito moltissimo questo romanzo. Sono rimasto colpito dalla sua carica viscerale, emozionale, dal suo sguardo che non esalta mai la violenza in sé e dove è anche netta la linea di demarcazione tra il Bene e il Male. Leggendolo ho voluto sapere di più. Mi sono avventurato in territori che mi facevano inizialmente paura, poi mi hanno felicemente sorpreso”, ha aggiunto Munzi che, per rimanere fedele al testo in profondità, l’ha voluto tradire, cambiandone ad esempio epoca d’ambientazione (dai ’70 ai giorni nostri). Per lui il libro è “una fonte da reinventare”, come ha detto anche alla presenza di Criaco, che ha appoggiato fin dall’inizio l’operazione di adattamento ideata dal regista.

Secondo lo scrittore – nativo proprio di Africo – “il film di Munzi è urticante come il libro, in un territorio ove il sentimento antistatale è diffuso, a tutti i ceti e generazioni. La percezione, abbastanza tipica di un certo Meridione, è di figli adottivi abbandonati, che aspirano a ricevere affetto da un padre/patrigno che non si vede. Fortunatamente qualcosa in Aspromonte oggi è cambiato, ma è chiaro che si fatica ad uscire da una logica servile verso i potenti se si cresce in tali contesti. Teniamo presente che la ‘ndrangheta è solo uno strumento di potere, e non è neppure il problema principale della Calabria: per anni lo Stato è andato a braccetto con questi criminali”.

Anime nere è interpretato da un cast di attori straordinari (tra cui l’ottimo Marco Leonardi, antica memoria di Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, che tiene a ricordare i propri natali non in Sicilia bensì proprio a Locri) che si esprimono quasi sempre in dialetto, inteso “non come un fatto ornamentale esteriore ma come produttore di senso del film stesso”, spiega il cineasta che ha compreso – lavorandoci – la fortissima identità di questi personaggi calabresi “che continuano a sentirsi altro rispetto all’Italia”.

Girare nella Locride non ha comportato alcun problema di divieti o censure, ed anzi “abbiamo trovato la totale collaborazione della cittadinanza locale, che dopo un primo momento di studio su chi eravamo, si è fidata di noi”. La pellicola, che tanto reinventa la tragedia classica situata in un Meridione eternamente disadattato, offre un finale nerissimo, con una carica eversiva volutamente orientata a sfidare il Male, a sradicarlo ab origine. Facendo una piazza pulita esistenziale che forse non ci si attende. Nato sui film di Rossellini e Scorsese (“specie lo Scorsese dei primi anni, Mean Street è stato una grande ispirazione per Anime nere”) Francesco Munzi è riuscito a raggiungere la volontà del grado zero di spettacolarizzazione, laddove la scena è forte in sé, segnale di una maturità registica di alto livello. Anime nere uscirà il 18 settembre distribuito da Good Films.