Domenica scorsa parlando all’Angelus in piazza San Pietro, Papa Francesco ha detto: “Fermatevi, smettete di uccidere i bambini”. Si rivolgeva naturalmente al governo israeliano e Hamas e come tutti aveva negli occhi le immagini della strage degli innocenti nelle scuole e negli ospedali di Gaza, strage che non finisce mai. Non sapeva che due giorni dopo un missile (israeliano secondo Hamas, di Hamas secondo Israele) avrebbe colpito un parco giochi della Striscia e dilaniato otto bambini e due adulti che li accompagnavano. E ieri un’altra carneficina: decine di piccole vittime nella scuola protetta dalle bandiere dell’Onu.

Ecco, se potessi rivolgermi al Papa gli chiederei se ha pensato anche lui che è la terribile vendetta dell’odio, la ritorsione più malvagia della guerra contro il suo tentativo alto e nobile di portare la pace. Non era forse stato Francesco dopo il viaggio in Terra Santa a promuovere lo storico incontro del 9 giugno scorso in Vaticano tra Shimon Peres e Abu Mazen, terminato con il commovente abbraccio tra i due ex nemici che hanno piantato insieme un albero di ulivo, simbolo di riconciliazione? E allora direi al Papa questo. Se l’odio potesse parlare ed esprimere il suo punto di vista non sarebbe affatto contento di quell’incontro, di quell’abbraccio e di quell’albero per una ragione, per così dire, di sopravvivenza.

L’odio infatti, (esattamente come l’amore) ha bisogno di essere continuamente alimentato, coltivato e concimato. Esso vive di sangue e di lacrime ma soprattutto ha l’esigenza che nessuno si dimentichi di lui e dell’orrore che lo ha generato. Ho letto che il 2013 è stato uno degli anni più tranquilli nella difficile convivenza tra arabi ed ebrei. E che le nuove generazioni di entrambi i popoli preferiscono guardare avanti, pensare a una vita più degna di essere vissuta piuttosto che continuare a nutrire il rancore e la vendetta tra le macerie e la paura. Gli direi, Papa Francesco io non ho le prove ma sono sicuro che l’odio d’Israele e l’odio di Hamas si parlino e che non abbiano problemi a farlo, visto che in fondo si assomigliano e che si sorreggono vicendevolmente. Ecco, penso che i due odi non fossero affatto contenti di questa relativa tranquillità e di questa memoria del rancore e della vendetta che gradualmente evapora, finalmente non più sufficientemente concimata dall’orrore e dal sangue.

Proviamo ad ascoltarli mentre progettano una nuova guerra e come entrambi concordino sul fatto che occorra qualcosa di più spaventoso e malvagio, un orrore insopportabile che lasci una ferita impossibile da rimarginare e segni il nuovo inizio di una vendetta infinita. Una strage dei bambini. Tanti corpicini dilaniati dalle schegge e i visi stravolti dei padri e delle madri che gridano disperati al cielo. Facciamo così, potrebbe aver detto l’odio all’altro odio, tu metti i più piccoli a scavare nei cunicoli o a fare le sentinelle vicino agli edifici dove nascondete i razzi così io ho un ottima scusa per bombardare e colpire. Così, quando le immagini dei bimbi massacrati faranno il giro del mondo, altro odio si sommerà all’odio di cui siamo fatti e allora i Bergoglio, i Peres e gli Abu Mazen e le tante anime belle che credono davvero alla pace e all’amore tra i popoli eviteranno d’incontrarsi, abbracciarsi e piantare gli alberelli della riconciliazione poiché il nostro odio paga bene in armi e in altri strumenti di morte.

Se potessi parlare al Papa gli direi che mi vergogno di pensieri così bui e forse anche ingiusti e pregherei perché ci siano altri incontri tra gli uomini di buona volontà e altri abbracci e altri alberi piantati, perché alla fine la pace quando genera sicurezza e prosperità paga immensamente più dell’odio (e quindi non il pacifismo delle dichiarazioni di maniera, finto, intriso di ipocrisia e dunque funzionale all’odio che finisce per rendere più accettabile). Ma davanti alla strage dei bambini che sembra non finire mai gli chiederei di prendere a scudisciate i mercanti di morte come fece Gesù nel tempio. Dire “fermatevi” non basta più.

il Fatto Quotidiano, 31 Luglio 2014