Non si era mai visto. La settimana scorsa la Banca Centrale tedesca, che ha sempre predicato rigore e contenimento dei livelli salariali per il timore di spirali inflazionistiche, è scesa in campo per promuovere un aumento dei salari in Germania. “A causa della buona situazione congiunturale, della bassa disoccupazione e di prospettive favorevoli per l’economia, le dinamiche salariali in Germania sono assolutamente moderate”, ha dichiarato al settimanale Der Spiegel Jens Ulbrich, capo economista della Bundesbank. Tradotta dal linguaggio criptico tipico dei banchieri centrali, la dichiarazione ha un significato molto chiaro: “ci sono i margini per alzare gli stipendi dei lavoratori tedeschi e sarebbe opportuno farlo”.

Alla fine di giugno gli economisti della Banca Centrale si sono incontrati a Berlino con la Confederazione dei Sindacati Tedeschi (Dgb). Nessun annuncio, nessuna conferenza stampa. Solo un messaggio, molto chiaro, ai sindacalisti: “Basta con la moderazione nelle contrattazioni salariali. E’ ora di chiedere di più”. Il motivo è molto semplice: la Germania rischia di cadere nella trappola della deflazione. I prezzi scendono, i consumatori si aspettano che continuino a scendere e quindi ritardano le proprie decisioni di acquisto nella speranza di poter comprare a prezzi ancora più bassi. Le conseguenze di questo comportamento sono disastrose per l’economia: un primo crollo dei consumi porta a un aumento della disoccupazione, che a sua volta innesca un’ulteriore diminuzione dei consumi con ulteriori conseguenze negative sull’occupazione. Un vortice deflazionistico, che può mettere in ginocchio il sistema economico.

Un problema comune a tutta l’area Euro, che ha un tasso di inflazione medio pari allo 0,5% (1% in Germania, 0,3% in Italia), ben lontano dall’obbiettivo del 2% fissato dalla Banca Centrale Europea. E mentre le misure introdotte a giugno dalla Bce per stimolare l’inflazione sembrano troppo deboli di fronte alla grave stagnazione economica dell’area Euro, la Bundesbank dà un segnale importante e assolutamente inatteso: la Germania ha la possibilità di intervenire sui salari, stimolando l’inflazione. E, considerato lo stato di salute della sua economia, è l’unico paese dell’Eurozona in grado di farlo. Anche perché in Germania, dal 2000 ad oggi i salari reali (al netto dell’inflazione) sono cresciuti solo del 10%, mentre la produttività è cresciuta del 16%. Un retaggio della politica di contenimento dei salari introdotta dal cancelliere Gerard Schröder nei primi anni duemila per rilanciare l’economia tedesca, allora in difficoltà. Il piano di riforme “Agenda 2010” di Schröder ha portato i suoi frutti, di cui sta beneficiando a piene mani Angela Merkel. Ora, però, è necessario cambiare rotta.

Le raccomandazioni della Bundesbank sembrano aver già trovato terreno fertile nel nuovo contratto per i 75.000 lavoratori del settore siderurgico del nord-ovest della Germania. Gli aumenti salariali saranno del 4% nei prossimi 17 mesi, come riporta Der Spiegel. In generale, il margine d’azione per gli aumenti salariali – compatibilmente con gli obiettivi inflazionistici europei – sarebbe pari a 3-3,25%, contro l’attuale 2,5-3% applicato ai nuovi contratti. Se anche gli altri settori chiamati al rinnovamento contrattuale seguiranno la stessa strada dei lavoratori dell’acciaio è tutto da vedere. Una cosa è chiara: un aumento generalizzato dei salari in Germania potrebbe portare a una crescita significativa dei consumi tedeschi con notevoli benefici per l’export italiano e degli altri paesi in difficoltà dell’area euro. In più, i prezzi dei beni che la Germania esporta salirebbero per incorporare il maggiore costo del lavoro interno – tenuto fino ad oggi artificialmente basso: di conseguenza i prezzi dei beni esportati dagli altri paesi europei diventerebbero più competitivi in termini relativi. La correzione degli squilibri nel mercato del lavoro tedesco potrebbe quindi aiutare l’intera area euro ad uscire dalla crisi. All’appello della Bundesbank per un aumento significativo dei salari in Germania si è unita lunedì anche la Banca Centrale Europea. Ora la palla è in mano ai sindacati e ai datori di lavoro tedeschi. Possiamo solo sperare che sappiano giocarla al meglio.