Il Regno Unito continua a vendere armi alla Russia, nonostante l’embargo promesso più volte, a partire da marzo, e ripetuto dal primo ministro David Cameron in parlamento lo scorso 21 luglio. A lanciare l’accusa è il Guardian, giornale progressista britannico, che ha citato uno studio parlamentare redatto da quattro diversi comitati e pubblicato il 23 luglio. In particolare, oltre 200 licenze per vendere armamenti e tecnologie militari alla Russia sarebbero ancora in essere. Si va dai razzi alle componenti per gli elicotteri, dalle tecnologie missilistiche a quelle per la comunicazione militare, dalle armi vere e proprie ai proiettili.

Cameron lunedì alla camera dei Comuni era parso determinato. “Le future vendite militari dai paesi europei non dovrebbero andare avanti. Le abbiamo già interrotte dalla Gran Bretagna“, aveva detto. Eppure, dice il Guardian, poco importa se in Ucraina si sta combattendo una vera e propria guerra, poco importa se lo scorso 17 luglio un aereo con 298 persone a bordo è stato abbattuto anche se, finora, manca ancora l’ufficialità sui responsabili. E poco importa che le scatole nere del volo della Malaysia Airlines siano, in queste ore, sotto analisi proprio da parte degli esperti britannici del centro di Farnborough, in Inghilterra e non lontano dai palazzi del potere.

Il Regno Unito può ancora vendere le armi a Vladimir Putin. I parlamentari, però, chiedono un chiarimento. E nel rapporto si citano anche alcuni numeri. In particolare, sono ancora operative tremila licenze, per un valore di circa 12 miliardi di sterline (circa 15 miliardi di euro) verso 28 paesi definiti dallo stesso Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, “non rispettosi dei diritti umani”. Il Guardian cita, fra questi, Israele, Arabia Saudita, Egitto e Sri Lanka. Ma il business militare è troppo ghiotto per l’industria bellica britannica, fra le prime al mondo e seconda, per molti tipi di armamenti, solamente a quella americana.

Parlando con il quotidiano, l’ex ministro della Difesa, il conservatore John Stanley, ha chiaramente detto che ci sono prove, al momento, che consentono di sbugiardare lo stesso Cameron, il quale ha affermato appunto di aver interrotto le esportazioni verso la Russia. Stanley ha inoltre scritto al nuovo ministro degli Esteri, Philip Hammond, nominato non molti giorni fa in seguito al più grande rimpasto di governo degli ultimi anni, chiedendogli appunto perché, di 285 licenze verso la Russia, solo 34 fossero state sospese o interrotte.

A marzo anche l’allora titolare del Foreign Office, William Hague, un uomo tutto d’un pezzo, aveva detto che il Regno Unito non avrebbe più esportato armi in grado di essere utilizzate contro l’Ucraina. Ma c’è di più: fra le accuse dei parlamentari al governo, anche quella di aver approvato invii di armamenti verso Israele e vero i territorio palestinesi. Un’altra zona calda, caldissima in questi giorni, ma evidentemente anche in questo caso il denaro non guarda in faccia a nessuno. Non che il Labour al governo negli anni precedenti all’esecutivo di Cameron abbia fatto di meglio.

Secondo il Guardian, quei quattro comitati parlamentari che ora vanno all’attacco hanno puntato il dito anche contro la decisione, in passato, di esportare prodotti chimici bellici verso la Siria. Parlando con il quotidiano, una fonte governativa ha detto che “le licenze in essere per la Russia sono per uso commerciale. Non daremo in futuro licenze quando vi sia un chiaro rischio che le armi possano essere usate per la repressione interna”. Che finalità avranno allora le tecnologie militari che viaggiano dalla Gran Bretagna verso la Russia? La fonte ha aggiunto: “Stiamo esportando per la marina brasiliana, in modo che possano riparare le loro navi in 23 diversi paesi, compresa la Russia“. E le componenti missilistiche verso Mosca “sono a uso esclusivo della marina brasiliana e non delle forze russe”.