“Nella mia area non abbiamo acqua da quattro giorni, e anche quando cerchi di chiamare l’autocisterna per una consegna, non vengono, perché nessuno vuole guidare, i caccia israeliani li colpirebbero. Qui il 90% di quella che c’è non può esser usata per bere né cucinare. Tanto più che non abbiamo elettricità se non per due ore al giorno: come potrebbero funzionare le pompe senza corrente?”. È lo spaccato di vita raccontato a ilfattoquotidiano.it da Yousef, giovane gazawi che lavora per l’International Solidarity Movement, residente a Gaza dove l’acqua, come in altri teatri di conflitto in Medio Oriente  – dall’Iraq alla Siria – è usata come strumento di guerra

“Ora ci sono persone che cominciano a bere acqua salata”. Nella Striscia le riserve di “oro blu” sono state uno dei primi obiettivi colpiti dall’offensiva israeliana. Se l’Unicef il 19 luglio parlava di “900 mila persone senza acqua corrente”, secondo gli ultimi dati forniti da Oxfam, sono un milione e 200 mila i gazawi che non hanno accesso ad acqua potabile e servizi igienici. Tutto comincia l’11 luglio, quando viene colpita una stazione di drenaggio delle acque reflue e 25 milioni di litri di liquami si riversano in mare, incrementando la probabilità di malattie. Due giorni dopo l’Autorità per l’Acqua decide lo stop all’utilizzo di autobotti e altri servizi, dopo che alcune delle squadre impegnate sul territorio erano state oggetto di raid dei caccia israeliani. Nei giorni successivi, condutture e pozzi subiscono la medesima sorte: il 17 luglio viene bombardato l‘impianto fognario di Gaza e i liquami si riversano sui terreni agricoli per una vasta area. L’escalation militare seguita all’invasione di terra complica ulteriormente le cose. Ora “ci sono persone che incominciano a bere l’acqua salata“, ha raccontato padre Jorge Hernandez, parroco cattolico di Gaza. 

L’Onu: “le colonie impediscono ai palestinesi l’accesso e il controllo delle loro risorse”. Del resto, l’acqua è da sempre un elemento chiave nel conflitto israelo-palestinese. Il controllo delle scarse fonti idriche sta spesso dietro la politica delle colonie, che in Cisgiordania monopolizzano le sorgenti e le usano per le coltivazioni dei pompelmi e dei kiwi, che poi vengono venduti sul mercato europeo. Le denunce non vengono solo da associazioni per i diritti umani, ma si trovano nero su bianco anche in un rapporto Onu del 2012: “Le colonie impediscono ai palestinesi l’accesso e il controllo delle loro risorse naturali – si legge – questi ultimi potenzialmente non hanno alcun controllo sulle risorse idriche nella West Bank”. L’86% della Valle del Giordano e del Mar Morto è sotto la giurisdizione di fatto dei consigli regionali delle colonie. Gli insediamenti sfruttano l’estrazione di minerali e le terre fertili, “negando ai palestinesi l’accesso alle loro risorse naturali”. Le fonti di approvvigionamento sono essenzialmente due, il fiume Giordano coi suoi immissari e la falda acquifera sotterranea: l’accesso a entrambi è controllato direttamente o indirettamente da Israele, che poi rivende (col contagocce) l’acqua ai palestinesi. Già nel summit di Oslo del 1993, la questione era stata cruciale e si era arrivati a un accordo, mai rispettato: Israele avrebbe dovuto vendere a Gaza 10 milioni di metri cubi l’anno, ma per anni gliene ha ceduti solo cinque. A peggiorare il quadro c’è il fatto che la falda principale è in gran parte inquinata.

In Iraq gli islamisti hanno preso il controllo delle dighe. La lotta per il controllo dell’acqua infiamma altri due fronti caldi. In Iraq l’Isis controlla ampi tratti del corso superiore del Tigri e dell’Eufrate e ha messo nel mirino gli impianti idrici per interrompere i rifornimenti al sud del paese, a predominanza sciita. Gli islamisti hanno preso il controllo di due importanti snodi: la diga di Samarra, sul Tigri, a ovest di Baghdad, e le aree attorno a quella gigantesca di Mosul, che alimenta praticamente tutto il Kurdistan. Terzo fronte, la diga di Haditha e la sua centrale idroelettrica (che produce il 30% dell’elettricità del paese), presidiata dall’esercito iracheno dall’inizio di luglio: se cadesse nelle mani degli uomini di Al-Baghdadi, sarebbe la porta di accesso alla conquista della capitale. Lo scorso aprile, l’Isis aveva occupato un’altra piccola diga, quella di Nuaimiyah sull’Eufrate, e deviando il corso del fiume aveva allagato le aree occupate dall’esercito regolare, inondando un raggio di 300 chilometri e distruggendo circa 12 mila abitazioni (fonti Onu), mentre intere città, da Kerbala a Nassiriya, erano rimaste senz’acqua. “Le parti in lotta usano l’acqua come strumento di guerra – spiega al britannico The Guardian Matthew Machowski, consulente del parlamento britannico e ricercatore della Queen Mary University di Londra – si potrebbe arrivare a sostenere che in Iraq il controllo del’acqua è più importante di quello delle raffinerie di petrolio. Se si interrompono le forniture idriche, si possono provocare gravi crisi sanitarie e umanitarie.”

È di pochi giorni fa l’appello di Save the Tigris (campagna della società civile irachena), che chiede alle parti in conflitto di non utilizzare l’acqua e le infrastrutture come arma di guerra: “Chiunque controlli le installazioni idriche nel nord del paese – si legge nel comunicato – siano esse dighe, impianti di desalinizzazione o di depurazione delle acque, è in grado di condizionare il rifornimento idrico di Baghdad e del sud del paese. Se ci fosse una diminuzione o un taglio netto dei rifornimenti nel sud, si creerebbe una gravissima crisi sanitaria e igienica“. 

“In Siria due milioni con il terrore di bere l’acqua perché inquinata”. Il terzo fronte è quello della Siria. Secondo Save the Children, “nelle città di Damasco, Homs, Aleppo, Idleb, ci sono intere aree circondate e deliberatamente assediate, dove due milioni di persone, per la metà bambini, sono rimaste intrappolate senza accesso al cibo, con il terrore di bere l’acqua perché inquinata“, si legge in un rapporto del settembre 2013. “I servizi essenziali sono sull’orlo del collasso a causa dei continui attacchi alle infrastrutture più importanti – spiega al Guardian Nouar Shamout, ricercatore dell’istituto inglese Chatam House – la stazione di pompaggio di Al Khafsah, vicino ad Aleppo, il 10 maggio ha smesso di funzionare. Il regime e le forze di opposizione si rimpallano la responsabilità. Tra i quasi tre milioni di abitanti della città si è scatenato il panico. Alcuni hanno cominciato a bere dalle pozzanghere in strada“. Sorte simile è toccata anche alle città di Idleb e Deir-ez-Zor. “La popolazione sfollata – spiega Oxfam – grava poi sulle strutture e sui servizi di municipalità non in grado di far fronte all’emergenza e la tensione nei campi profughi cresce”.