Il giudice americano Thomas Griesa non cede di un millimetro. E nega a Buenos Aires la sospensione della sentenza che le impone di pagare, insieme i creditori aderenti al concambio, anche i fondi speculativi. Quegli hedge fund che hanno acquistato sul mercato i “tango bond” del fallimento del 2001 e adesso ne chiedono il rimborso integrale per un valore di 1,3 miliardi di dollari più interessi. L’udienza che si è svolta martedì a New York doveva essere “decisiva” per evitare un nuovo default dell’Argentina sul suo debito, ma l’esito è stato diverso da quello atteso dai mercati. Nonostante i legali della Casa Rosada abbiano agitato lo spettro del fallimento sovrano e avvertito che un accordo “non può essere fatto entro la fine del mese”, il togato Usa ha detto no alle loro richieste. Sostenendo che la sospensione “non è necessaria alle trattative o a un eventuale patteggiamento” e invitando le parti a negoziare ad oltranza fino a raggiungere una soluzione. 

Trattativa serrata per i prossimi otto giorni, 24 ore su 24, dunque. Fino a fine luglio, quando termina il “periodo di grazia” entro il quale Buenos Aires (comunque in ritardo di un mese rispetto al calendario dei rimborsi) deve pagare i creditori che nel 2005 e 2010 hanno accettato la sostituzione delle obbligazioni con nuovi titoli a rendimenti inferiori e a scadenza più lontana nel tempo. Se non salderà, dovrà dichiarare un nuovo default. I precedenti non fanno ben sperare: finora è stato un crescendo di attacchi reciproci, culminato nell’accusa di “estorsione” lanciata a reti unificate dalla presidenta Cristina Kirchner, e i tentativi di trovare un’intesa sono finiti in un nulla di fatto

L’Argentina aveva chiesto la sospensione della sentenza confermata dalla Corte Suprema Usa per evitare che scattasse la cosiddetta clausola Rufo (Rights upon future options), che concede ai titolari di bond di chiedere versamenti maggiori se il Paese riconosce più soldi a chi non ha accettato lo swap. Nel frattempo il 26 giugno il governo guidato da Cristina Kirchner ha depositato più di 800 milioni di dollari per pagare chi ha accettato il concambio. Ma i soldi rimangono bloccati presso le banche. E ora, secondo i legali di Buenos Aires, il rischio di default è “imminente”.