La decisione della Corte suprema Usa, che impone all’Argentina di pagare 1,3 miliardi di dollari ai fondi speculativi titolari di Tango bond finiti in default nel 2002, è “un’estorsione”. L’accusa arriva direttamente dalla presidenta argentina Cristina Kirchner, che nella notte italiana ha diffuso un messaggio tv a reti unificate per commentare la sentenza arrivata lunedì. La Kirchner ha innanzitutto rassicurato i creditori che nel 2005 e 2010 hanno aderito al concambio, cioè la sostituzione delle obbligazioni in default con nuovi titoli a rendimenti inferiori e a scadenza più lontana nel tempo: l’Argentina ha “vocazione a pagare”, ha detto, e rispetterà la prossima scadenza dei rimborsi. E’ escluso, ha garantito, “un default del debito già ristrutturato”. Il 30 giugno arriverà cioè, come previsto, il pagamento di 900 milioni di dollari ai possessori di titoli con scadenza 2033. Buenos Aires sembra quindi intenzionata a non cedere a quello che considera un ricatto, in base al quale non potrebbe procedere con i pagamenti in calendario a meno che non paghi anche i fondi “dissidenti”.

L’avvocatessa salita al potere nel 2007 e rieletta nel 2011 dopo la morte del marito, l’ex presidente Néstor Kirchner, ha poi sottolineato che “la volontà del Paese di negoziare è ampiamente dimostrata”: il riferimento è al fatto che il 93% dei creditori ha accettato i concambi e solo il 7%, tra cui appunto alcuni fondi “hedge”, ha scelto di fare causa chiedendo il rimborso dell’intero controvalore dell’investimento più interessi e penali. Ma intanto lunedì ha preso il via, presso il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie di Washington, l’udienza sulla disputa tra l’Argentina e i 50mila obbligazionisti italiani che, con la stessa rivendicazione, hanno fatto ricorso all’arbitrato internazionale. A loro il Paese deve, considerando anche gli interessi, circa 2 miliardi di dollari. 

La Kirchner, dopo aver “confessato” di non essere stata sorpresa dalla decisione della Corte Usa che ha bocciato l’appello della Casa Rosada, ha comunque ribadito che il governo porterà avanti “tutte le strategie necessarie affinché chi ha avuto fiducia nel Paese riceva i propri soldi”. Sostenendo poi che quello che l’Argentina affronta “non è un problema finanziario o giuridico, ma significa convalidare un modello di business a scala globale” che potrebbe portare a “tragedie inimmaginabili“. “Vogliamo onorare i debiti, ma non vogliamo essere complici di questo modo di fare affari”.  

Lo sanno bene al Fondo Monetario Internazionale che si è detto preoccupa per le potenziali ripercussioni “maggiori” che la sconfitta dell’Argentina negli Stati Uniti potrebbe avere sul sistema finanziario. Pronta anche la reazione di Standard & Poor’s che ha tagliato il merito di credito del Paese da CCC+ (rischio considerevole) al gradino precedente al default: CCC-, che significa rischio di perdere il capitale. Con prospettive negative. Il taglio riflette appunto i maggiori rischi di default sul debito in valuta estera in seguito alla decisione della Corte Suprema americana.

Secondo alcuni esperti legali consultati dal New York Times, poi, il caso dell’Argentina lascerà una cicatrice sui mercati globali, sui quali i Paesi contano per finanziare i propri deficit. E concederà un’arma potente ai creditori, rendendoli meno propensi a votare in favore di una ristrutturazione del debito. “La decisione ha delle implicazioni molto significative”, afferma Mitu Gulati, professore di legge alla Duke University. Analizzando la decisione della giustizia americana, gli esperti mettono in evidenza che la sentenza è stata scritta in un modo impossibile da ignorare anche per le banche che gestiscono i pagamenti. Secondo alcuni analisti, però, l’esito del caso potrebbe avere anche un impatto positivo: “I mercati dei bond sono basati interamente sulla legge. Questo è un brutto momento per l’Argentina, ma questo è il modo in cui i bond devono essere costruiti”, affermano gli osservatori, sottolineando che l’Argentina ha deciso di emettere bond sotto la normativa americana e ora, nel momento di ripagarli, non ne vuole essere soggetta. Da qui la possibilità di un circolo virtuoso: una volta che i Paesi realizzeranno che è più difficile spuntare accordi vantaggiosi con i default, allora potrebbero essere meno propensi a emettere tanto debito, e questo tradursi in politiche economiche più sostenibili.