Cronaca di una tappa dove non succede alla fine niente ma dove è successo tanto: da Tallard a Nimes, una pedalata lunga 222 chilometri. Il Tour lascia alle spalle le Alpi, si fionda in Provenza. Ci si aspetta una volata finale. Insomma, un contentino ai velocisti strapazzati dalle salite di venerdì e sabato. Il trasferimento sulla carta avrebbe dovuto essere tranquillo, prima del giorno di riposo per poi affrontare i Pirenei dove giocarsi il tutto per tutto, all’assalto della maglia gialla Nibali. Ma, come dice Vincenzo, “al Tour non esistono giorni tranquilli”. Infatti la domenica dei corridori viene flagellata dal Mistral, un vento di traverso che soffia da sud-est: oggi, con raffiche di oltre 75 chilometri all’ora. Non bastassero queste sventagliate che rendevano precario l’equilibrio e che disturbavano le traiettorie, ci sono messi violentissimi acquazzoni e accenni di grandine. Dulcis in fundo, tanto per non farsi mancare nulla, il gruppo è stato falcidiato dalle forature. E poi, poteva mancare il solito velleitario Martin Elmiger, il trentacinquenne campione svizzero (ha vinto tre volte il campionato nazionale) che appena sente “pronti, via!”, se ne va subito in fuga e ci rimane per una vita? Durante la settima tappa, ha corso per duecento chilometri in testa, poi si è arreso al ritorno prepotente dei velocisti e a Nancy ha vinto Matteo Trentin d’un soffio su Peter Sagan.

Ma Elmiger si è guadagnato il premio della combattività, che consiste nell’indossare il giorno dopo sulla maglia della squadra il numero rosso. Un riconoscimento ambito, un pizzico di umanità in un ciclismo moderno sempre più programmato e watterizzato, Nell’undicesima frazione di questo Tour, Elmiger ci aveva riprovato, altri 150 chilometri di “échappée belle”, per rubare la splendida definizione dei francesi, la bella scappata. Però al traguardo di Oyonnax il primo a passare il traguardo era stato Tony Gallopin…insomma, Martin è uno specialista di fughe a perdere. Ed eccolo infatti a tentare di nuovo quella pazza idea di andar via fin dall’inizio e correre da uomo solo al comando: la tecnica è semplice. Ci si fa trovare in cima al gruppo, possibilmente a fianco dell’auto di Christian Prudhomme, il direttore di corsa, che abbassa la bandierina della partenza. Dopo di che, si incurva la schiena, si spinge sui pedali per acquistare immediatamente velocità e mantenere la testa del plotone. A quel punto, bisogna allungare progressivamente e vedere se ti stanno a ruota. Elmiger allunga quando ancora non è passato il primo chilometro. Nessuno si piglia la briga di rincorrerlo.

I centosettantuno superstiti del Tour sono esausti, sanno che li attende una giornataccia per il meteo capriccioso e quindi lo lasciano andar via. Nibali, il padrone del Tour, non batte ciglio. L’Astana sta tirando il fiato. Tutti, tranne il ventinovenne neozelandese Jack Bauer che è un solitario, uno che è approdato al ciclismo professionistico su strada abbastanza tardi, dopo essersi fatto notare nelle gare di mountain bike. Ha già corso una volta il Tour, l’anno scorso: a due tappe dal termine, nella discesa dal Glandon, era caduto in malo modo e si era dovuto ritirare. E’ un corridore tenace, va forte a cronometro. Un bel passista: nel 2010 ha vinto il titolo nazionale. Bauer s’incolla ad Elmiger e i due cominciano a guadagnare minuti. Il loro vantaggio massimo sarà di otto minuti e 15 secondi. Poi, piano piano, un po’ per colpa delle burrasche che si abbattono sul tracciato della tappa, un po’ perché dietro il gruppo si rianima, iniziano lentamente a perdere quei minuti che avevano guadagnato. Ma il vento e la pioggia frena le squadre, l’inseguimento è ostacolato dal maestrale e l’asfalto viscido rende prudenti un po’ tutti. Così, Elmiger e Bauer arrivano a dieci chilometri dall’arrivo con ancora 49 secondi di margine.

Non molti, anzi, in condizioni normali, verrebbero annullati agevolmente dai “treni” dei velocisti. Per di più ha smesso di piovere. Tra le nuvole si fa strada il sole, che a luglio in Provenza, quando c’è, è feroce. Così la strada si asciuga un poco. C’erano state, inoltre, scaramucce tra i francesi: quelli della AG2R di Romain Bardet e Christophe Péraud volevano mettere in crisi Thibault Pinot della FDJ.fr. Bardet ha 23 anni, terzo della classifica generale, è anche il leader della classifica dei giovani (a suo tempo, Pantani la vinse due volte), ma ha appena sedici secondi di vantaggio su Pinot. E qualche fastidio alla maglia gialla Nibali glielo voleva fare la Bmc di Tejay Van Garderen che, sfruttando le folate di vento, era andata in testa in testa al gruppo per creare i presupposti del “ventaglio”, così da spezzare il gruppo. Nibali non si faceva sorprendere: con uno scatto imperiale recuperava un sacco di posizioni e raggiungeva i rossi della Bmc, lasciando indietro persino i suoi compagni dell’Astana – anche oggi abbastanza sulle gambe, per non dire alla frutta.

Dimostrazione di riflessi prontissimi e di grande condizione: “Il est allé comme un TGV”, hanno commentato i francesi, riferendosi alla “vigilance” del siciliano. Non tutti i “treni” tiravano alla morte. I gregari di André Greipel, per esempio, si stavano arrabbiando perché il loro capitano se ne stava dietro. La Lotto faceva l’elastico. L’Omega Pharma-Quick Step era la più irrequieta: Michal Kwiatowski sparava un allungo che lo portava davanti a tutti. Intanto, a meno 8 chilometri i due fuggitivi avevano ancora 43 secondi di vantaggio. Mantenevano più o meno la velocità del gruppo. Bauer ed Elmiger invece di arrendersi, rilanciavano l’azione, coraggiosamente. A 7 chilometri dall’arrivo di Nimes, hanno ancora 40 secondi. A 6 km, 39”. A cinque chilometri, ancora 34”.

Dietro, finita la provocazione del polacco Kwiatowski, è il turno del compagno di squadra Tony Martin, la locomotiva del gruppo. Va troppo forte, galleggia cinquanta metri più avanti dei suoi. Il gioco è chiaro: mettere nella migliore condizione i compagni di squadra Mark Renshaw e Matteo Trentin. Lo spunto del tedescone Martin ha l’effetto di ridurre lo svantaggio nei confronti dei due fuggitivi. A quattro chilometri dall’arrivo hanno 30 secondi. Cominciano a crederci. Perché un chilometro dopo, hanno perso appena due secondi. A duemila metri dal traguardo, mantengono ancora 23 secondi. Il gruppo aumenta la velocità. Ormai, è una rimonta disperata. Bauer e Elmiger superano l’arco che segnala l’ultimo chilometro con 13 secondi sul gruppo. Possono bastare. Ma commettono l’errore di pensare più al loro sprint che non a chi gli sta alle spalle. Bauer è avanti. Elmiger non ne ha più. A 350 metri dal traguardo il gruppo lo inghiotte. Bauer sta spingendo ma la forza della disperazione non gli basta. I velocisti lo sorpassano a cinquanta metri dalla linea d’arrivo. La volata è un guazzabuglio. Greipel stringe alle transenne di destra il norvegese Alexander Kristoff, che aveva vinto lo sprint di Saint-Etienne. Kristoff riesce a sgusciare tra Bauer e l’australiano Heinrich Haussler, mentre Peter Sagan è in scia. Kristoff è primo, batte Haussler nettamente, Sagan è terzo. Seguono Greipel e Renshaw. Bauer è decimo. E è inconsolabile: “Pensavo di poter vincere”. Sognava ad occhi non molto aperti.