La magistratura (penale) ha provocato la caduta dell’amministrazione regionale e ora l’ultimo atto della stessa amministrazione è un ricorso contro la magistratura (contabile). La Corte dei Conti dell’Emilia Romagna infatti ha contestato altre spese ai consiglieri regionali, sull’orlo della decadenza dopo le dimissioni del presidente Vasco Errani (condannato in appello per la vicenda Terremerse). E la Regione fa ricorso: è l’ultima decisione prima del rompete le righe, approvata il 14 luglio. La giunta – che in quel caso si è riunita senza Errani – ha dato mandato agli avvocati di fare ricorso alla Corte costituzionale contro la procura della Corte dei conti, che non avrebbe i titoli per sindacare (almeno sino al 2012 incluso) sulle spese dei gruppi in consiglio regionale. Per i legali la Regione ha stanziato una parcella di oltre 30mila euro. La delibera è controfirmata da Filomena Terzini. Non è un nome qualunque: si tratta infatti della funzionaria, condannata in appello per falso e favoreggiamento nella vicenda Terremerse, la stessa in cui è stato condannato il governatore Vasco Errani.

Non è la prima volta che la Regione Emilia Romagna ricorre contro la magistratura contabile. Già dall’estate 2013 la giunta Errani aveva intrapreso una battaglia contro due decisioni della sezione di controllo regionale che avevano considerato irregolari i rendiconti finanziari dei gruppi. L’Emilia Romagna assieme al Veneto e al Piemonte avevano fatto ricorso alla Consulta, sostenendo che la legge 174 del 2012 (che permette alla Sezione di controllo Autonomie della Corte dei conti di esercitare la sua vigilanza sui rendiconti dei gruppi nei consigli regionali), entrasse in vigore a partire dall’anno 2013. La Corte Costituzionale aveva dato ragione a Errani e ai colleghi governatori cancellando le delibere delle sezioni di controllo.

Tuttavia ora la procura della Corte dei conti ha spedito gli inviti a dedurre proprio per le spese del 2012 ai 14 consiglieri regionali (tra i quali Stefano Bonaccini del Pd, braccio destro di Renzi) e sostanzialmente i fatti in questione altro non sarebbero che quelli contestati dalle delibere delle Sezioni di controllo cassate dalla Suprema corte. Ora quest’ultima dovrà dirimere la questione. Le procure – va detto – non fanno parte delle Sezioni di controllo delle Corti dei conti, bensì fanno riferimento alle sezioni giurisdizionali. Le prime controllano la regolarità dei rendiconti finanziari degli enti, le seconde controllano e puniscono gli amministratori e funzionari che creano dei danni all’erario con i loro comportamenti. Dunque non è detto che la Corte Costituzionale dia ragione alla giunta.

Secondo la delibera del 14 luglio – votata all’unanimità – “tali inviti a dedurre costituendo, anche in relazione alle specifiche modalità attraverso le quali si è pervenuti ad essi, la prosecuzione dell’esercizio del controllo in forma di atto giurisdizionale, esorbitando così, anche per sviamento, dalla funzione giurisdizionale” sono “lesivi dell’autonomia del Consiglio regionale e, in particolare, delle attribuzioni regionali in materia di controllo dell’inerenza al mandato politico delle spese stesse”.