È nato a Renazzo, frazione di Cento, in provincia di Ferrara, 100 anni fa. Oggi, a più di vent’anni dalla sua morte, è un personaggio tra i più conosciuti al mondo, per gli appassionati di automobili e non solo.

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Ferruccio Lamborghini è uno che ha fatto la storia. Quella storia dell’Italia di ieri, dove l’innovazione era un concetto molto diverso da quello di oggi. Ed è uno di quelli che ha trasformato in oro ogni sua idea. I titoli di studio? Superflui: scarpe grosse e cervello fino. Lamborghini l’ha dimostrato: cultura poca, intelligenza da vendere. Come i suoi trattori, che ha iniziato a piazzare di persona in giro per i casolari dei paesi vicino al suo, fino a produrne 52 al giorno.

Poi la frizione della sua Ferrari rotta, le frizioni con Enzo Ferrari. E la decisione di iniziare a produrre automobili sportive.

Lo racconta il figlio Tonino di quella sera di inizio anni ’60 quando, di ritorno da Maranello, si sedette a tavola – a capotavola per la precisione – arrabbiato perché Ferrari l’aveva trattato male. Lamentandosi della debolezza delle frizioni, Lamborghini aveva esposto il problema al Drake che, come leggenda vuole gli avrebbe detto: «Ma cosa ne vuoi sapere te di auto, torna a guidare i tuoi trattori». Da qui l’idea di iniziare a produrre le macchine con il simbolo del Toro, una scelta fatta apposta per contrastare anche esteticamente quel cavallino rampante.

Il resto è storia, quella che ha scritto Lamborghini, che ha fatto sfornare macchine come la Miura e la Countach. E anche quel figlio di un agricoltore di Renazzo ci aveva visto giusto. Producendo macchine aveva concepito l’operazione di marketing che gli avrebbe permesso di fare un sacco di “rumore”, ed evitare così di spendere un miliardo di lire sulla cartellonistica stradale dove c’era scritto “Trattori Lamborghini”.

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